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Recensione: Segreta Penelope, di Alicia Giménez-Bartlett

Recensione: Segreta Penelope, di Alicia Giménez-Bartlett

Recensione: Segreta Penelope, di Alicia Giménez-Bartlett

Libri Recensione di Davide Dotto. Segreta Penelope di Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio). In prima linea la complessità della dimensione femminile che dà spazio a chi punta tutto sulla maternità, ma anche a chi fa emergere una esigenza profonda e inconcepibile di libertà.

«Ohimè, guardate come gli uomini danno la colpa agli dei! Dicono che le sventure vengono da noi; ma sono essi con le loro follie ad aver dolori oltre la parte assegnata dal destino»
Odissea, Libro I (trad. Giuseppe Tonna)
La difficoltà stava nel coniugare la vita quotidiana con i grandi ideali, con la lotta e la rivoluzione. La vita quotidiana è sempre un problema, un muro contro cui vanno a sbattere anche gli uccelli dal volo più sublime.
Alicia Giménez-Bartlett, Segreta Penelope

Uno dei protagonisti indiscussi è il tempo o, meglio, lo scorrere inclemente delle età e, con esse, le pagine di storie individuali. 

Un panta rei capace di lasciare segni tangibili sulla sorte di ciascuno. In particolare su Sara, la segreta Penelope del romanzo di Alicia Giménez-Bartlett.
Alla sua morte, amici di vecchia data si ritrovano al suo funerale. Ricordandola fanno il punto su ciò che sono stati o non sono stati abbastanza, proiettati verso le promesse del futuro.
Immagino che a quel temo non dessimo importanza alla nostra bellezza e gioventù. Peccato perché forse era il momento giusto per preoccuparsi di questo genere di cose.
Alicia Giménez-Bartlett, Segreta Penelope
Di solito a vent'anni si è privi di un'identità definita e perciò non ci si sente né carne né pesce. Si è persi e dispersi, alla ricerca di un proprio spazio. Consegue una agitazione fisiologica (quasi un condizionamento) coincidente, negli anni ’60 e ’70, con una storica contestazione.


Chi percorre le orme di un pensiero astratto (ideologicamente fondato), viene spinto in seguito ad abbracciare «coordinate più tradizionali», adeguate alle aspettative di ognuno.
Sara all'epoca non vive alcuna fase transitoria di ribellione. Si trova già nel proprio elemento e non ha nulla da contestare. Subentrate le regole accettate un po' da tutti, scopre i doveri della vita quotidiana.

Uno scoglio difficile da superare per una Penelope sospesa tra il ritorno di un Ulisse che non ha mai avuto il piacere di conoscere, né sperato di incontrare, e una marea di pretendenti uno più sbagliato dell’altro.

La rivelazione è devastante. I vent’anni sono una parentesi da chiudere. Vi è chi abbandona gli anni «violenti e impetuosi»  entrando nell'età matura che domanda certezze; chi invece apre uno spiraglio alquanto doloroso, perché non è permesso «agire senza pensare e basta». Si deve salire su un treno affollato e in corsa, a nessuno è dato «vivere al riparo del controllo altrui»
Il mondo di Sara così si contrae, dal mare aperto alla «boccia dei pesci» di cui parla, per esempio, L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, dove tutto è ordinato, misurato, garantito.
Da qui il rimprovero, scontato, all'indirizzo dell’amica scomparsa e a un modus vivendi improponibile: «A che gioco stava giocando, il periodo universitario era finito.»
In chi l'ha conosciuta aleggiano i sentimenti più diversi, tra affetto, comprensione, invidia, rassegnazione e avversione.
Se alcuni hanno «la sensazione di aver iniziato qualcosa», Sara è rimasta inevitabilmente indietro. Vive un passato che non riesce a farsi presente, divenuto una seria ipoteca per il domani.
Non avevo progetti, non vedevo il futuro, non sentivo la necessità di preparare in un modo o nell'altro il mio avvenire.
Alicia Giménez-Bartlett, Segreta Penelope

In prima linea la complessità della dimensione femminile che dà spazio a chi - come Berta - punta tutto sulla maternità, ma anche a chi fa emergere una esigenza profonda e inconcepibile di libertà.

È per questo che, nell'insieme, la storia di Sara assume i contorni non tanto di un dramma epico – forse più congeniale – ma quelli specifici della tragedia di chi si è perso nel corso del proprio viaggio, solcando un mare privo di approdi. Non è un porto sicuro l'identità che Sara si è lasciata alle spalle, ma non lo è nemmeno il ruolo di sposa, di madre, di lavoratrice che qualcuno le ha cucito addosso.
A meno che non sia costretta, Sara non esprime giudizi con i quali sminuirebbe chi pretende di vincere su di lei, preferendo esasperare, a posteriori, una lezione appresa.
Ma sarebbe meglio se non avessimo né sogni né progetti, se sapessimo vivere nel presente bevendo fino all'ultima goccia l'esistenza con l'intensità di un animale.
Alicia Giménez-Bartlett, Segreta Penelope
Il ragionamento da compiere – in conclusione – è sondare le possibilità oltre lo specchio. Tra chi scrive e indaga sul suicidio di Sara e colei di cui si racconta vi è un’indubbia specularità. Non si sa bene chi sia messo peggio. Si sta a galla grazie alla scrittura (per la voce narrante), alla maternità, al lavoro (per altri), alla rassicurante routine del treno in corsa da cui Sara ha voluto, alla fine, scendere.
Non ha senso pronunciarsi su chi abbia vinto o non vinto le sfide che si sono affrontate. Un po' tutti hanno una esistenza disastrosa, veleggiano nello stesso mare chiuso, o hanno una tela da fare e da disfare senza sosta.



Segreta Penelope

di Alicia Giménez-Bartlett
Sellerio
Narrativa
ISBN 978-8838930874
Cartaceo 11,90€
Ebook 2,99€

Sinossi 

Negli anni Settanta del Novecento c'era una Sara quasi in ogni gruppo, conosciuta o mitizzata in ogni compagnia di amici. Colei che incarnava lo spirito di quel tempo nella libertà sessuale: Eros trionfante su Thanatos, Dioniso su Apollo, l'innocenza infantile del piacere sulla malizia del vizio. La Sara di questo libro si è suicidata. La stagione della libertà aveva coinciso con il dopo Franco, ed era stata tanto più intensa in quanto era l'uscita da quarant'anni di repressione bigotta. Dopo è venuta la fine dell'illusione e l'obbligatorio ritorno ai soliti ruoli di madre e di moglie. Il romanzo di Alicia Giménez-Bartlett parte da qui. E mira a ricostruire che cosa successe a Sara nel corso del tempo del dopo. Lo rievocano, nei giorni successivi al suo addio per sempre, le amiche che formavano il suo gruppo, il bolso personaggio che ne divenne il marito, la figlia che mai poteva amarla, fino alla scoperta del più intimo ultimo segreto, dell'ultimo inaccettabile amore: pezzi di memoria strappati con dolore dall'amica che narra in prima persona; ricordi nostalgici e pieni di un affetto senza comprensione; oppure le giustificazioni del conformismo alle ferite inferte come in riti sacrificali di espiazione. La rivincita sorda, progressiva e crudele dell'ordine sul caos creativo. E il ritratto della splendida persona sconfitta dalla Penelope segreta appostata in ogni vita di donna, si piega in modo inquietante a una domanda sul tempo: che è troppo e troppo poco.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Tripoli. La terra di chi, di Rita Ragonese

Recensione: Tripoli. La terra di chi, di Rita Ragonese

Recensione: Tripoli. La terra di chi, di Rita Ragonese

Libri Recensione di Davide Dotto. Tripoli. La terra di chi, di Rita Ragonese (Youcanprint). Storie di popoli di varia provenienza che abbandonano una terra divenuta pericolosa per una che respinge. «A volte si parla arabo, a volte inglese, a volte italiano». Terra di chi, dunque?

La terra non gli appartiene, nessun pezzo di carta lo ha mai investito di un titolo di proprietà, né Mario si sente più alto da dominarla. È invece lui ad appartenerle e con la fedeltà di un corpo unico la ama nel tentativo disperato di addolcirla.
[...]
Passeggiavano, ma potrei dire passeggiavamo, fino a Piazza Castello, io nella dolcezza infinita dell’onda tiepida che mi avvolgeva e loro nella musica senza tempo delle onde che lambivano la sponda del lungomare. Io avevo la netta percezione di trovarmi proprio là, in quel punto della terra, all’incrocio di quelle coordinate, di quelle strade ardenti che appena appena si rinfrescavano di notte.
Rita Ragonese, Tripoli. La terra di chi
Nel romanzo di Rita Ragonese vi è molta materia di riflessione.

L’Africa, in particolare la Libia e con essa Tripoli, è una terra alla quale si appartiene. Abbandonarla, dopo esservi nati o avervi vissuto, è difficile. 

La si può perdere per varie vicissitudini, mai possedere.
Chi è nato a Tripoli è spinto, per il colpo di stato di Gheddafi (1969), a intraprendere un viaggio in Italia. Per gli italiani – considerati intrusi e di conseguenza espulsi – non è un ritorno ma una partenza, un vero episodio di emigrazione.
È proibito aiutarli.
Ecco valigie vuote da riempire, priorità da stabilire, decidere cosa portare con sé e lasciarsi, invece, alle spalle.
Sono anni incandescenti. Poco prima, in quello spicchio di mondo (il Middle East and North Africa) c’è la guerra dei sei giorni provocata da Nasser.


Nel mezzo un testimone silenzioso, un mare che già «non è più casa». Ispira diffidenza, ma il Mediterraneo è un attraversamento necessario per chi deve andare oltre, o da lì rimpatriare.

In trent'anni tutte le cellule si sono rinnovate ma i piedi sono gli stessi che Tripoli ha sostenuto per tutta l'infanzia e l'adolescenza.
Rita Ragonese, Tripoli. La terra di chi
Ma allora dove sono le radici?
A suo modo risponde Alice Zeniter, il cui ultimo romanzo è dedicato a una famiglia algerina costretta, negli anni cinquanta, a emigrare in Francia.
Le mie sono qui […] Le ho trasferite insieme a me. È una cavolata, questa storia delle radici. Hai mai visto un albero crescere a migliaia di chilometri dalle sue? Io sono cresciuto qui perciò le mie radici sono qui.
Alice Zeniter, L’arte di perdere
Tripoli, la terra di chi invita a meditare su storie di popoli di varia provenienza che, da un capo all’altro, hanno vissuto vicende analoghe, quando si abbandona una terra divenuta pericolosa, ma non si sa bene dove e come si approderà. Nella migliore delle ipotesi si dovranno affrontare incertezze di tipo differente.


È l’occasione per approfondire la condizione di chi abita una terra che respinge. Può essere l’Italia di fine Ottocento, inizio Novecento, o la Terra promessa meno idilliaca di quanto sperato.

Si appartiene alla terra, mai la si possiede. Si è quindi in debito, senza poter avanzare pretese, non vi sono crediti da riscuotere, o pezzi di carta da far valere.
Tra le righe il discorso si espande. Per chi ha in comune il suolo sul quale cammina, il gruppo etnico (o il clan) è irrilevante. Rosa e Amina, per esempio, sono amiche e di culture diverse, ma Tripoli è così: «a volte si parla arabo, a volte inglese, a volte italiano».
Terra di chi, dunque?


Tripoli. La terra di chi

di Rita Ragonese
Youcanprint
Narrativa
ISBN 978-8831631556
Cartaceo 12,00€
Ebook 6,99€

Sinossi

C’è il passato e c’è il resto del tempo. Per Rosa il passato non è qualcosa del mese o dell’anno prima. Il passato è Tripoli. Non sarebbe stato così se un colpo secco non avesse reciso il fluire della vita tra gli uomini e la terra. Tripoli sarebbe ancora solo una città. Invece Tripoli è un conto aperto, una faccenda da sistemare non si sa bene con chi, né in che modo.” Tripoli - La Terra di chi è la storia dell’amicizia pura e profonda tra due ragazzine, Amina e Rosetta, una libica e l’altra italiana, fino alla separazione coatta seguita alla rivoluzione di Gheddafi. Ma Rosetta, molti anni dopo, tornerà a Tripoli per cercare l’amica e per riannodare a sé quel pezzo di vita mozzata. Soprattutto, è la storia dell’amore per una terra e di chi viene privato del diritto di viverla in pace, di chiunque. Quindi di arabi, ebrei, italiani, oltre ogni stato di diritto, al di là di ogni legittimazione a vivere o meno in un preciso posto del mondo.
Davide-Dotto

Davide Dotto
Sono nato a Terralba (OR) vivo nella provincia di Treviso e lavoro come impiegato presso un ente locale. Ho collaborato con Scrittevolmente, sono tra i redattori di Art-Litteram.com e curo il blog Ilnodoallapenna.com. Ho pubblicato una decina di racconti usciti in diverse antologie.
Il ponte delle Vivene, Ciesse Edizioni.
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Recensione: Anche la morte va in vacanza al lago, di Ornella Nalon

Recensione: Anche la morte va in vacanza al lago, di Ornella Nalon

Recensione: Anche la morte va in vacanza al lago, di Ornella Nalon

Libri Recensione di Nicolò Maniscalco. Anche la morte va in vacanza al lago di Ornella Nalon (0111 Edizioni). Quando narrativa e giallo s’intrecciano.

Ho letto e apprezzato alcuni romanzi di narrativa di Ornella Nalon e ho da poco terminato la lettura del suo ultimo lavoro, in questo caso un giallo: Anche la morte va in vacanza al lago.
È un thriller che mette in luce le capacità narrative dell’autrice, infatti, sia nei dialoghi, sia nelle vicende personali dei protagonisti, ho ritrovato l’estro narrativo di Ornella Nalon, caratteristica che arricchisce sia la trama del giallo in sé, sia la caratterizzazione dei personaggi introducendo storie personali che toccano argomenti sensibili come l’omosessualità, la ludopatia e altro.
Ogni personaggio dà sfogo ai propri sentimenti e alle proprie fragilità in un romanzo dove narrativa e investigazione s’intrecciano continuamente rendendo la lettura gradevole, grazie soprattutto ad una trama avvincente.

Anche la morte va in vacanza al lago è tratto da una storia avvenuta negli anni ’60 negli Stati Uniti.

E l’autrice ha mantenuto l’ambientazione statunitense compresi gli sceriffi indagatori, ben rappresentando l’amministrazione giudiziaria americana.
La storia racconta dell’omicidio di un giudice in pensione e della moglie, barbaramente assassinati mentre erano in vacanza al lago in un paesino del Minnesota dove normalmente non succede nulla di eclatante. Ed ecco che lo sceriffo Adam Courtney si trova ad affrontare la sua prima vera indagine d’omicidio, per sua fortuna aiutato da un anziano collega di Minneapolis, città originaria delle vittime. L’indagine coinvolgerà tutti: sia i parenti delle vittime con i loro oscuri segreti, sia i delinquenti con i quali il giudice ha avuto a che fare in passato.
Un giallo senza toni cruenti indicato per tutti, amanti della narrativa e amanti del thriller come me.


Anche la morte va in vacanza al lago

di Ornella Nalon
0111 Edizioni
Giallo
ISBN 978-8893703109
cartaceo 15,50€
ebook 4,19€

Sinossi

America, anni 60. L'anziano giudice Fannelli e la consorte sono vittime di un efferato omicidio durante una vacanza nel loro bungalow situato in prossimità del lago di Duluth. A seguire l'indagine sarà il giovane sceriffo della città del Minnesota, Adam Courtney, coadiuvato dal collega di Minneapolis, prossimo alla pensione. I primi sospetti si concentrano sui parenti prossimi delle vittime. Pertanto, i tre figli della sfortunata coppia saranno oggetto di una approfondita investigazione che farà emergere dei lati oscuri in ognuno di loro. Ciò nonostante, non verranno trascurati gli indizi che portano ad alcuni nemici che il giudice si è creato durante la sua lunga attività. È così che un fitto intreccio di indagini si alterna alle vicende personali degli sceriffi e della famiglia Fannelli, portando alla luce anche degli insospettabili legami con una inafferrabile organizzazione malavitosa cittadina, in una altalenante successione di tensioni, sorprese, sospetti e commozione.
Nicolò Maniscalco Gli scrittori della porta accanto
Nicolò Maniscalco
L'infinita quantità dei suoi hobbies li rende assolutamente non tutti elencabili, tra questi: l'Agility Dog, che pratica con i suoi amati Border Collie, e la lettura di libri e fumetti.Dopo anni d’indecisione, inizia a scrivere un po' per gioco un po’ per mettersi alla prova.
Il Labirinto della Memoria, Zerounoundici Edizioni.
Nucleo operativo A5, Selfpublished.
Il confronto, Zerounoundici Edizioni.
Un angelo protettore, Zerounoundici Edizioni.
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Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

Libri Recensione di Stefania Bergo. L'amore molesto di Elena Ferrante (Edizioni e/o). Un intenso romanzo psicologico che ricostruisce una vicenda familiare, un tuffo nella Napoli degli ultimi 50 anni del '900.

È uno di quei libri che non mi è piaciuto di pancia ma di testa. L'ho digerito lentamente, anche se si legge in poco tempo. Mi aspettavo di venirne travolta come da un'onda anomala. Invece, non è stato plateale, mi ha conquistato piano da dentro, sommessamente, mano a mano che avanzavo con la narrazione.
La vicenda ha un'estensione temporale di qualche giorno con incursioni nel passato, ricordi che si mescolano con psichedeliche visioni oniriche.
Delia attende la madre, Amalia, che la sta raggiungendo in treno da Napoli. Fa una sosta in località Spaccavento e la chiama, in serata, dicendole che sta viaggiando con un uomo. È l'ultimo contatto che avrà con sua figlia prima di suicidarsi. Il suo cadavere verrà ritrovato il giorno dopo tra le onde, con addosso solo un reggiseno rosso.
Delia viene quindi richiamata a Napoli per il funerale di Amalia. E per cercare di scoprire di più sulla sua morte. Ma, sebbene venga dai più classificato come tale, L'amore molesto non è un thriller. Delia non indaga per dare un senso ai fatti recenti, Delia scava dentro se stessa finendo per dare un senso a quelli passati. L'amore molesto è un mirabile romanzo psicologico che ricostruisce una vicenda familiare – in particolare l'infanzia di Delia – e al tempo stesso è un tuffo nella Napoli degli ultimi 50 anni del secolo scorso, tra i rioni veraci.

L'amore molesto descritto da Elena Ferrante è violenza domestica, vendetta tra uomini consumata sul corpo delle donne, pedofilia, violazione dell'intimità. 

Molestie consumate tra le mura domestiche, nei retrobottega, sugli autobus affollati, a profanare gli intimi spazi personali. Un amore che è ossessione, possessione, desiderio sessuale. Donne piacenti che invadono lo spazio intorno a sé con la loro morbidezza solare, senza malizia, senza nemmeno volerlo – «riusciva a piacere senza lo sforzo e senza l'ambizione di piacere». Donne che non possono sorridere, nemmeno quando sembrano essere nate per farlo – «Per quel suo essere gradita lui la puniva con calci e pugni».
Mio padre non sopportava che ridesse. [...] Quella risata gli sembrava uno zucchero sparso ad arte per umiliarlo.
Elena Ferrante, L'amore molesto
Sembra di naufragare tra le emozioni e i ricordi di Delia, aggrappandosi a paradossi onirici e ai muri incrostati di Napoli. La violenza emerge dal passato. Così come la verità.

Elena Ferrante ci racconta con una prosa schietta una storia semplice ma psicologicamente ben costruita.

La ricostruzione che Delia fa della sua infanzia scuce la trama che la sua mente bambina ha tessuto per raccontarsi gli eventi di allora, mescolando ingenuamente immaginazione e realtà, non riuscendo più a distinguere l'una dall'altra – «L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto». Dagli scantinati fetidi e vuoti di memoria emerge la sua storia, legata a quella di Amalia, indissolubili, a tal punto da confonderle, da vestirle con gli stessi abiti.
Il linguaggio è crudo, spoglio di inutili orpelli, diretto. Elena Ferrante narra senza sinonimi, senza imbarazzo, chiamando le cose col loro nome. La storia perde di linearità in qualche punto, accartocciandosi e tornando sui propri passi con nuovi punti di vista. Ma conquista piano, dando l'impressione di non volerlo fare. Come Amalia.

L'amore molesto

di Elena Ferrante
Edizioni E/O
Narrativa
ISBN 978-8866326403
Ebook 8,99€
Cartaceo 8,41€

Sinossi

Portato sullo schermo con successo da Mario Martone, L’amore molesto resta come uno dei romanzi italiani più importanti e originali degli ultimi anni. Un romanzo che ha rivelato il talento di Elena Ferrante, autrice schiva e lontana dai milieux letterari.
La trama ruota intorno al rapporto tra Delia e la madre Amalia, un rapporto madre-figlia scavato con crudeltà e con passione.
«Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento...». Questo è l’incipit del romanzo.
Che cosa è accaduto ad Amalia? Chi c’era con lei la notte in cui è morta? È stata davvero la donna ambigua e incontentabile che sua figlia si è sempre immaginata?
L’indagine di Delia si snoda in una Napoli plumbea che non dà tregua, trasformando una vicenda di quotidiani strazi familiari in un thriller domestico che mozza il respiro.


Stefania Bergo
Non ho mai avuto i piedi per terra e non sono mai stata cauta. Sono istintiva, impulsiva, passionale, testarda, sensibile. Scrivo libri, insegno, progetto ospedali e creo siti web. Mia figlia è tutto il mio mondo. Adoro viaggiare, ne ho bisogno. Potrei definirmi una zingara felice. Il mio secondo amore è l'Africa, quella che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui racconto nel mio libro.
Con la mia valigia gialla, StreetLib collana Gli scrittori della porta accanto (seconda edizione).
Mwende. Ricordi di due anni in Africa, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
La stanza numero cinque, Gli scrittori della porta accanto Edizioni.
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Monologo di Robin William da L'attimo fuggente, di Weir

Monologo di Robin William da L'attimo fuggente, di Weir

Monologo di Robin William da L'attimo fuggente, di Weir

Cinema Di Tamara Marcelli. Da L'attimo fuggente di Peter Weir, il celebre monologo del professor Keating (Robin William): «Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse».

Carpe diem, cogliete l'attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.
L'attimo fuggente è un film drammatico del 1989 di Peter Weir, con Robin Williams, Ethan Hawke, Robert Sean Leonard, Josh Charles e Gale Hansen, con musiche di Maurice Jarre e sceneggiatura di Tom Schulman.
Ambientato nel 1959, nello Stato del Vermont (Stati Uniti D'America), il film narra la storia di un professore di lettere che torna ad insegnare nel prestigioso collegio maschile Welton, dopo averlo frequentato da ragazzo. Saranno proprio la sua forte personalità e i suoi insegnamenti fuori dagli schemi a rappresentare un bivio, un input fondamentale per i suoi giovani allievi.
Ecco, in questa classe potete chiamarmi professor Keating o, se siete più audaci, "Capitano, o mio capitano".

Il titolo originario del film è Dead Poets Society, la setta dei Poeti Estinti. 

I ragazzi, infatti, dopo aver appreso dal professor Keating dell'esistenza di una vecchia congregazione di giovani poeti di cui lui stesso aveva fatto parte, decidono di ridarle vita e di notte, in una grotta vicina al collegio, si ritrovano per leggere le brani di Whitman, Shakespeare, Emerson, Thoreau e altri, scoprendo loro stessi la voglia di esternare i propri sentimenti, le proprie emozioni componendo brevi versi e recitandoli in gruppo. È così che per uno dei ragazzi si accenderà la scintilla del Teatro. Questa passione, travolgente e indiscutibile, sarà decisiva per tutti.
Siete capaci di mantenere un segreto? Eravamo un circolo ellenico, eravamo dei romantici e non le leggevamo le poesie, ne assaporavamo sulla lingua, la dolcezza. Lo spirito si elevava, le donne svenivano ed era così che nuovi Dei nascevano.
[...] Citando Walt Whitman: "O me, o vita, domande come questa mi perseguitano. Infiniti cortei di infedeli. Città gremite di stolti. Che v'è di nuovo in tutto questo, o me, o vita? Risposta: "Che tu sei qui, che la vita esiste e l'identità. Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso." Che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso. Quale sarà il tuo verso?

Film intenso e intriso di citazioni letterarie che permeano ogni respiro, ogni riflessione sulla vita, sul senso che noi le diamo. 

I versi accompagneranno i giovani protagonisti nel proprio cammino verso la consapevolezza di se stessi, dei propri sogni e del proprio senso.
Film drammatico e coinvolgente.
Interpretazione magistrale del grande Robin Williams e di tutti gli attori.
Le musiche, dense di carica emotiva, scandiscono i pensieri accompagnandoli nel viaggio, fino all'ultima nota.
Due strade trovai nel bosco ed io, io scelsi quella meno battuta: ed è per questo che sono diverso.

Il monologo del professor Keating.




Venite amici, che non è tardi per scoprire un nuovo mondo. Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte e, se anche non abbiamo l'energia che in giorni lontani mosse la terra e il cielo, siamo ancora gli stessi: unica eguale tempra di eroici cuori, indeboliti forse dal fato, ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere...
L'uso più grande che si possa fare di una vita è spenderla per qualcosa che durerà più a lungo di essa, andando sempre contro vento. Solo così è possibile alzarsi in volo...

Tamara-Marcelli

Tamara Marcelli
Artista poliedrica, eccentrica, amante dell'arte in tutte le sue forme. Una sognatrice folle. Ha studiato Lettere e Tecniche dello Spettacolo, canto e recitazione per oltre dieci anni e ha lavorato come attrice in alcuni importanti Teatri del Lazio. Scrive poesie, romanzi, testi teatrali, articoli e saggi.
Il blu che non è un colore, Gli Scrittori della Porta Accanto (seconda edizione).
Il sogno dell'isola, Gli Scrittori della Porta Accanto (seconda edizione).
Ponti sommersi, Gli Scrittori della Porta Accanto.
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