Io sono Mia, un omaggio dovuto a Mia Martini

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Questa sera la RAI trasmette la fiction “Io sono Mia”, che racconta, in chiave filmica, la vita della cantante calabrese Mia Martini.

Diciamo pure che questa scelta è un omaggio dovuto ad una grande, immensa artista ed interprete, che nella sua esistenza, a motivo di invidie e gelosie, ha dovuto subire molti attacchi e critiche inaccettabili-

La sua biografia vorrei dirla in poche righe essenziali, poiché conta molto di più ciò che era umanamente.

Mia Martini, all’anagrafe Domenica Bertè, nasce il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra.

Domenica Bertè esordisce negli anni sessanta con lo pseudonimo di Mimì Bertè, ma in ogni caso il primo successo per lei arriva negli anni ’70, con il nome d’arte di Mia Martini, interpretando Padre Davvero e Gesù è mio fratello. La scelta di Mia Martini si spiega col fatto che i suoi produttori avrebbero voluto proporla sul mercato internazionale con un nome che richiamasse inequivocabilmente il suo paese all’estero: il Martini, appunto, è il drink più noto nel mondo, mentre Mia è il nome dell’attrice Mia Farrow,  amatissima dalla cantante.

Nel 1972 Mia Martini vince il Festivalbar con Piccolo uomo e l’anno successivo con Minuetto, il cui testo è di Franco Califano, e nel 1975, con Donna sola.

Nel 1977 rappresenta il suo paese a Wembley (Londra), all’Eurovision Song Contest con la canzone Libera, che registra in italiano, francese, inglese e spagnolo. Più tardi, nel 1982, vince il primo premio della critica al Festival di Sanremo con E non Finisce mica il cielo, scritta da Ivano Fossati.

Gli anni ’80 segnano uno dei periodi più difficili della carriera di Mia Martini. La sua casa editrice, la DDD, dopo aver rilasciato l’album Mimi, nel 1981, e Quante Volte ho contato le stelle, nel 1982, tenta di far partecipare la cantante al Festival di Sanremo con un testo di Paolo Conte, Spaccami Il Cuore, che però non è accettato alle selezioni diventando un singolo (“Spaccami il cuore” e “Lucy“), in edizione limitata.

Mia Martini matura il progetto di ritirarsi dalle scene, ma nasce l’idea di organizzare un concerto. Le canzoni di questo repertorio vengono registrate in studio e il video diviene l’album Miei Compagni di viaggio, e comprendono le covers di alcuni brani di autori amati da Mia Martini: Leonard Cohen, John Lennon, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Randy Newman, Kate Bush, Luigi Tenco, Fabrizio de André, Francesco de Gregori, Chico Buarque de Hollanda, Vinicius de Moraes, Joan Manuel Serrat. Il concerto si conclude con il significativo Ed ora dico sul serio di Chico Buarque di Hollanda.

Molti sono gli amici che, in questa occasione come in altre, la omaggiano, partecipando come coristi nei suoi concerti: Claudio Pascoli, Maurizio Preti, Carlo Siliotto, Shel Shapiro, Giulio Capiozzo, sua sorella Loredana Bertè, Ivano Fossati, Cristiano De André, Guido Harari, Ezio Rosa, Aida Cooper, Riccardo Zappa, Antonio Panarello, Gilberto Martellieri, Franco Cesaretto, Mimi Gates, Ralf Gewald, Mark Harris, Piero Mannucci, Peter Brandt, Giorgio Cocilovo e Jurgen Kramer.

Torna, dopo un periodo di assenza, a cantare nel 1989, con Almeno tu nell’universo, brano scritto da Bruno Lauzi, con il quale vince di nuovo il premio della critica; riprende la sua carriera con altri album e partecipando al Festival di Sanremo con La nevicata del 56 scritta da Franco Califano, nel 1990.

Nel 1992 è seconda al Festival di Sanremo con Gli uomini non cambiano, di Giancarlo Bigazzi. Lo stesso anno partecipa nuovamente all’Eurovision Song Contest con Rapsodia, classificandosi al quarto posto su ventitré partecipanti.

La sua ultima partecipazione al Festival di Sanremo risale al 1993, in duetto con la sorella Loredana Bertè. La sua canzone E la vita racconta non viene selezionata per l’anno successivo. Tra le sue ultime canzoni, Viva l’amore, di Mimmo Cavallo, e Tutto sbagliato baby.

Il 12 maggio 1995 un fatale attacco di cuore priva per sempre il mondo di Mia Martini, una grande cantante, una grande interprete.

Da allora il premio della critica del Festival di Sanremo prende il suo nome, in onore della tre volte vincitrice di questo premio.

Ho già accennato al fatto che Mia Martini nella sua vita ha conosciuto più dolori che gioie: la sua infanzia con un padre severo ed autoritario che la soffoca psicologicamente, ed a cui poi dedica il brano Padre davvero, fino ad una gioventù caratterizzata da un difficile rapporto col mondo esterno, dalla sua estrema sensibilità, che poi ha trasposto nel modo in cui ha interpretato le sue canzoni.

Mia Martini era brava, troppo brava per il mondo pieno di approssimazione e finti meriti della canzone; per questo motivo si fece di tutto per metterla in cattiva luce, per discriminarla, per escluderla dal circuito canoro: vi erano troppi incapaci che Mia Martini rendeva invisibili con la sua bravura e che non la mandavano giù.

Proprio poco tempo fa Mimmo Cavallo, suo grande amico ed autore di molte sue canzoni, raccontò di uno sgradevole episodio nel quale una di queste false stelle di un falso firmamento di falsi cantanti reagì in maniera cattiva e inspiegabile al solo sentir nominare il nome di Mia Martini: questo “personaggio” è Patty Pravo, ossia Nicoletta Strambelli, che è arrivata ad essere ciò che è stata (e che non è più, perché ormai tramontata) solo con abili strategie discografiche.

A Mia Martini Francesco De Gregori dedica lo struggente brano La donna cannone, e poi anche Mimì sarà; per lei e per Roberto Murolo Enzo Gragnaniello scrive Cu ‘mme, una melodia napoletana che entra, con diritto, nella storia della musica partenopea.

Di Mia Martini ricorderò sempre l’anima che ci metteva nell’interpretare i suoi brani, dando tutta se stessa, laddove traspariva tutto il suo vissuto tormentato, la sua tristezza profonda, la sua rabbia.

Per tutti i suoi amici veri, da Renato Zero a Mimmo Cavallo, ella resterà sempre Mimì, la dolce, grande, indimenticabile Mimì, che ci regala ancora momenti stupendi ogni volta che la riascoltiamo cantare.

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Il 26 novembre un grande meeting a Taranto: si può parlare ancora con speranza di ambiente e futuro?

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Il 26 novembre scorso, presso le sale della Provincia di Taranto, ha avuto luogo un evento intitolato “Taranto Anno zero: Salute, Ambiente, Lavoro”, ideato ed organizzato da una persona ammirevole, Prisco Piscitelli, in stretta collaborazione e con l’ausilio indispensabile della Regione Puglia e dei suoi rappresentanti in Europa. Questa voleva essere, ed è stata, una occasione per fare il punto sulla situazione critica e piena di domande che si pongono su di una città, Taranto, che ha attraversato un periodo difficile dal quale, purtroppo, non sembra essere uscita.

Gli obiettivi dell’incontro erano ammirevoli: creare delle sinergie fra gli esponenti dei vari enti che erano stati interpellati e i gruppi degli attivisti locali, esaminando nuove proposte ed attraverso targets condivisi.

La giornata si è divisa in tre tappe: una al mattino, dedicata agli studenti delle scuole superiori, una pomeridiana, dedicata a rappresentanti degli ordini professionali e ad enti importanti della realtà locale, ed una serale dedicata alle associazioni di attivisti.

Le tematiche emerse, in accordo con le previsioni, non si sono mostrate visibilmente dissimili da quelle emerse nel corso di altre occasioni: non si parla più di chiusura degli impianti siderurgici di Taranto, bensì di adeguamento a standard più sicuri ed accettati a livello internazionale, per salvaguardare ambiente e lavoro. Per questo motivo i vari interventi che si sono susseguiti non hanno offerto realmente nuovi spunti per il cambiamento radicale che quelli come me ancora auspicano; tuttavia l’atmosfera generale era carica di buone vibrazioni e positività davanti alle quali gli approcci negativi sembravano soccombere: questo credo fosse dovuto all’entusiasmo e alla vitalità di Prisco Piscitelli.

Fra gli interventi tenuti al mattino degni di nota quello, molto atteso, della Dottoressa Barbara Valenzano, responsabile per le politiche ambientali della Regione Puglia: l’ingegner Valenzano ha mostrato delle diapositive molto significative che mostravano gli impianti della acciaieria di Taranto in attività e come questi inficiassero l’aria e l’ambiente con le loro emissioni tossiche. Ha poi illustrato, con professionalità e chiaramente, le valide alternative esistenti e possibili.

Insieme con la Dottoressa Valenzano un altro discorso mi ha molto interessato, ossia quello tenuto dal Professor Felice Esposito Corcione, il quale ha presentato legittime opzioni alla produzione fondata sul carbonio, usando un linguaggio semplice ed accessibile ai ragazzi, senza dilungarsi.

Il Presidente Michele Emiliano ha chiuso gli interventi destinati agli istituti superiori: chi si aspettava l’Emiliano combattivo e schietto, la persona che non conosce mezze misure nell’enunciare le sue idee, non è certo rimasto deluso: ha confortato tutti sentire come non abbia perso il suo smalto e quanto le sue intenzioni siano quelle di fare, in un modo o nell’altro, qualcosa per Taranto. Non ha risparmiato critiche al Partito Democratico che, in un suo recente comunicato, ha stigmatizzato aspramente l’ambientalismo jonico definendolo “terrorismo ecologico”: per questo il Presidente ha ripetuto più volte il concetto, condivisibilissimo, della battaglia trasversale, senza colori di partito. Tuttavia anche il Presidente non ha potuto esimersi dal sottolineare che la parabola dell’ambientalismo puro ed iniziale che voleva la chiusura non può al momento, avere ulteriori spiragli. Giusto ciò che dice, Presidente: ma è proprio certo che non sia rimasto più nessuno a volere la chiusura totale della fabbrica? Magari sono solo persone, come me, che non hanno voce in capitolo…

Nel pomeriggio ha attratto la mia attenzione ed ammirazione profonda Il presidente dell’ordine degli ingegneri della provincia, Dottor Giovanni Patronelli, il quale ha illustrato il pensiero del suo ordine: un pensiero che è per il progresso, per le nuove proposte che diano una svolta positiva al destino della città, al di là delle bandiere e dei tronfi gonfaloni politici. Condivido appieno.

Il giudice Mario Fiorella ha esposto, con chiarezza e semplicità, i risvolti legati alla produzione del siderurgico rispetto alla magistratura del lavoro: è, in effetti, quello che si è sempre detto parlando della “occupazione” che si pone sempre davanti alla sicurezza ed alla dignità di chi opera e dei cittadini tutti: ognuno ha diritto ad essere tutelato allorquando si pone la criticità oggettiva di una fabbrica che non garantisce salute e sicurezza.

Gli interventi serali sono stati aperti egregiamente da Don Antonio Panico, in rappresentanza della LUMSA: Don Antonio ha proposto, fra gli altri argomenti, quello, importante, della ecologia integrale, del contributo fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa e della Laudato Sii. Bisogna, ha detto Don Antonio, recuperare i giovani a queste tematiche ed interessarli.

Sono stati ricordati anche gli assenti che non hanno potuto esserci per gravi motivi, come Fabio Matacchiera, uno dei nomi più importanti dell’ambientalismo a Taranto.

Il prof. Alessandro Marescotti di Peacelink ha parlato di “citizen science” (cittadinanza scientifica) citando un fatto importante e grave: l’elevato tasso di mortalità a Taranto. Il Professor Marescotti ha dimostrato come nessuno al comune di Taranto, nelle giunte presenti e passate, si è mai curato di questi dati; di conseguenza ha lanciato l’idea della costituzione di una biobanca.

In sostanza nessuno, per i motivi suddetti, ha parlato di chiusura definitiva, se non per dire che non se ne sarebbe parlato ancora; nessuno ha ricordato – come già ebbe, giustamente, a fare in un evento precedente la dottoressa Valenzano – che Taranto ha perso una occasione irripetibile non dando nessun peso al referendum sulla chiusura del siderurgico, che è stata una sconfitta per tutti. Nessuno ha detto che la svolta dell’INTERO PAESE, e non solo locale, per tutti i suoi problemi, è una svolta ecologica – come sempre ricorda il mio amico e studioso Ernesto Rossi – che è una svolta, purtroppo, impossibile.

Auspico altri incontri come questo, sempre dedicati allo stesso tema e con lo stesso spirito. Disgraziatamente poco si può fare con i componenti di alcune associazioni ambientaliste locali che sono venute fuori da poco tempo e che non sono “storiche”, come Peacelink ed il Fondo Antidiossina: i nuovi arrivati si sono distinti, invece, per la smania di protagonismo o l’aggressività, e non sono certo qualità rimarchevoli.

Qualcosa si può fare, invece, per gli ospiti che hanno preso la parola, raccomandando loro meno verbosità ed un linguaggio più accessibile, specie per i giovani; ed ancora li vorrei tutti come minimo Meridionali, se non proprio pugliesi, in quanto più consci della realtà che viviamo e più vicini a noi come spirito e carattere.

Grazie Prisco: sei stato unico, per la scelta fatta, e colmo di buoni propositi: speriamo di vederci di nuovo.

 

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Nella foto la Dottoressa Valenzano durante il suo intervento

“Le rane”, di Aristofane: un lavoro teatrale sempre attuale per la politica e la società

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Qualche sera fa ho avuto il piacere di gustare una messa in scena di una commedia del drammaturgo greco Aristofane: Le rane. Questa rappresentazione ebbe luogo per la prima volta ad Atene, nel 405 a. C. e da allora è stata portata molte volte negli anfiteatri e nei teatri di tutto il mondo. Questa, in particolare, aveva un valore aggiunto non indifferente, dal momento che era interpretata, nei due ruoli principali del dio Dioniso e di Xantia, suo servo, da due attori, autori e registi siciliani di vero talento: Salvatore Ficarra e Valentino Picone. Oltre alla presenza di due interpreti di riguardo c’era anche la convinzione, che nessuno mi toglierà mai, che solo greci, o loro diretti discendenti, possano ridare vita ad uno spettacolo ideato e scritto da un ellenico: ed il Meridione è Magna Grecia, lo sanno tutti, in particolar modo la Sicilia, che ne conserva ancora le antiche vestigia.

Le rane, nonostante sia passato molto tempo, risultano sempre attuali, a motivo delle tematiche trattate, ovvero la politica, la cultura, la società.

La trama proverò a riassumerla in breve.

Il dio Dioniso, accompagnato dal suo servitore, Xantia, decide di recarsi agli Inferi per resuscitare un illustre drammaturgo del passato: il motivo è che sulla terra si sente la mancanza di qualcuno che possa arginare la degenerazione inesorabile del teatro, e della tragedia in particolare, e per ridare vita e cultura alla repubblica ateniese. Fin da subito l’attenzione di Dioniso si concentra su Euripide, poiché Eschilo, suo concorrente, gli sembra meno adatto. Tuttavia, dopo varie peripezie sulla terra, tappa obbligata prima di recarsi nell’Ade, Dioniso si troverà, suo malgrado, a dover scegliere, necessariamente, fra i due: sarà una scelta difficile, perché entrambi hanno molti meriti. In ogni caso, alla fine, a sorpresa, la divinità sceglierà proprio Eschilo, in conseguenza della saggezza e della semplicità da questi dimostrata, a fronte della vuota retorica di Euripide. Le rane, citate nel titolo, sono quelle che intonano un coro, un canto dedicato proprio a Dioniso, durante la traversata che questi compie sulla barca di Caronte, attraversando lo Stige, il fiume del Regno dei morti.

Molti sono stati i dialoghi che risultano perfettamente sovrapponibili alla realtà odierna: la corruzione dei politici, il loro agire ondivago ed inaffidabile (“Vai e porta questo in dono a chi, ad Atene, cambia sempre partito”), la poca avvedutezza del popolo nel gestire il proprio voto e nella partecipazione alla cosa pubblica e lo svendersi degli intellettuali, e di chi dice di far cultura, al potente di turno. Tutto sembra essere rimasto immutato: stesse problematiche, stesse modalità di comportamento.

I Greci sono stati gli inventori della democrazia ma, dando corpo a questa idea, così bella, di governo dei cittadini, hanno dato corpo anche a tutti i mali che essa comporta; per questo occorre che, chi ha il potere di farlo, parli e riveli a chi non riesce a vedere, tutte le difficoltà, gli ostacoli ed anche le sofferenze che la democrazia può implicare, sfociando, in molti casi, anche nelle forme di governo ad essa opposte, come la dittatura e la oligarchia.

Questo è ciò che vuole dirci Aristofane: gli idealisti, e chi scrive, come i poeti e i drammaturghi, devono impegnarsi con ciò che fanno per rendere più vivibile la società, altrimenti il loro ruolo è inutile.

 

Un posto nel mio cuore per Peppe Servillo

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Sono alla stazione di Roma Fiumicino quando incrocio un volto noto: è quello di Peppe Servillo, il musicista, attore e solista degli Avion Travel. So che è una cosa da evitare, ma non posso fare a meno di fermarlo e stringergli la mano: è un professionista come ce ne sono pochi, un ragazzo del Sud che ha saputo farsi strada solo col suo talento. E poi è il fratello del mio attore preferito, Toni Servillo. Cerco di essere il più succinto possibile, ma Peppe Servillo mi sorride, con pazienza, tutto il tempo: spero che mi perdonerà per la mia invadenza, ma si è guadagnato anche un posto nel mio cuore per la sua umanità.

Peppe Servillo nasce il 15 ottobre 1960. Il suo paese di origine è Arquata Scrivia, tuttavia trascorre l’infanzia e la giovinezza a Caserta insieme con sui fratello maggiore, Toni, al quale lo legherà sempre una comunione di intenti, artistici e musicali.

Così come suo fratello Toni si sente attratto dal teatro e comincia a lavorare sulle tavole del palcoscenico senza una scuola alle spalle, così è per Peppe, che avverte un amore spontaneo per la musica e ci si avvicina imparando da solo.

Nel 1980 Peppe ed altri musicisti costituiscono una band caratterizzata da un genere rock moderno: è la “Piccola Orchestra Avion Travel” (il nome deriva da quello di una agenzia di viaggi di Caserta) e da quel momento cominciano a farsi conoscere al pubblico, suonando in molte piazze. Peppe è il cantante solista del gruppo, del quale, da quel momento, diviene il leader.

Dopo una lunga gavetta arriva il momento più importante per la Piccola Orchestra Avion Travel sul palcoscenico di Sanremo Rock, nel 1987, dove presentano il brano Sorpassando, con il quale vincono la prestigiosa competizione.

Nel 1998 pubblicano l’LP Perdo Tempo e nel 1989 incidono la colonna sonora, che darà il titolo al disco, del film di Lina Wertmuller In una notte di chiaro di luna.

Nel 1990 la Piccola Orchestra, ormai nota anche solo come Avion Travel, pubblica il disco Bellosguardo, che sarà una svolta importante nel loro stile musicale.

Risale a questo periodo l’incontro con Lilli Greco, collaboratore artistico di molti autori e musicisti noti, che rappresenta un cambiamento fondamentale nella loro ricerca musicale: Peppe e il suo gruppo si cimentano, infatti, con altre forme di comunicazione, quali il cinema ed il teatro, anche, e soprattutto, grazie all’apporto prezioso di Toni, il fratello attore e regista, che gli è sempre stato vicino.

Nel 1993 gli Avion pubblicano il disco Opplà a cui segue, pochi anni dopo Finalmente fiori.

Due anni più tardi Peppe Servillo e gli altri musicisti del suo gruppo si misurano con un’altra prova importante: un’opera musicale in un atto intitolata La guerra vista dalla luna che, andata in scena per la prima volta al Teatro Parioli di Roma, tocca poi altre città europee per la durata di un anno. Incidono anche la colonna sonora del film Hotel Paura e subito dopo un disco dal vivo, intitolato, appunto, Vivo di canzoni.

Nel 1998 Peppe Servillo e gli Avion Travel sono ancora a Sanremo con la canzone Dormi e sogna, che vince il Premio della critica e della giuria di qualità.

In collaborazione col Maestro Peppe Vessicchio, Servillo compone anche una canzone per Andrea Bocelli, Sogno, mentre l’anno successivo il gruppo incide Cirano. Cirano è una incisione che vede la luce grazie all’apporto prezioso del produttore di fama mondiale Arto Lindsay, un manager musicale brillante che ha prestato il suo talento per grandi nomi internazionali dello spettacolo. Al rientro da una tour musicale europeo si dedicano al commento musicale del cortometraggio Tipota, che si avvale della scrittura, come sceneggiatore, dello stesso Peppe Servillo, che nel film compare anche come attore.

È il 2000 quando gli Avion Travel vincono, ancora una volta, a Sanremo col brano Sentimento: un motivo bellissimo che non solo si guadagna il primo posto, ma si aggiudica anche il favore della Giuria di Qualità.

Sempre alla ricerca di nuovi spunti e nuove idee Peppe e gli Avion Travel fanno le musiche per uno spettacolo di ombre, La notte di San Donnino, che compie un tour per tutto il paese, per poi dedicarsi al disco Storie d’amore, caratterizzato da rivisitazioni di brani degli anni 60, ma che ha, al suo interno, anche un pezzo nuovo: Non è successo niente.

Nel 2001 il gruppo di Peppe incide la raccolta dei loro brani più importanti, dal 1990 al 2000, e poi, nel 2003, Poco mossi gli altri bacini. Servillo è, quindi, attore in un film diretto da Mimmo Calopresti, La felicità non costa niente, mentre gli Avion Travel ne curano la colonna sonora.

In collaborazione con Javier Girotto e Natalio Mangalavite, Peppe Servillo esce, nel 2004, con l’album L’amico di Cordoba; contemporaneamente, con gli Avion Travel, si dedica ad un tributo a Virgilio Savona, uno dei due autori di punta, insieme con Tata Giacobetti, dell’indimenticabile Quartetto Cetra. La canzone che viene scelta dagli Avion è uno dei successi del Quartetto, Troppi affari, cavaliere! , che viene inserita nell’album Seguendo Virgilio – dentro e fuori il Quartetto Cetra.

Dopo questa esperienza ogni musicista degli Avion Travel pare volersi mettere alla prova singolarmente; anche Peppe lo fa, in maniera davvero egregia con il suggestivo tour Aires Tango.

Il 2007, per tutti gli Avion Travel, è l’anno del loro nuovo CD Danson metropoli, ma anche del film Lascia perdere, Johnny!, un film biografico che ripercorre gli esordi musicali di Fausto Mesolella, chitarrista del gruppo: fra gli interpreti del film ci sono anche Peppe Servillo col suo inseparabile fratello Toni.

Nella stagione 2007/2008 gli Avion Travel mettono in scena uno spettacolo che è un doveroso omaggio ad uno degli interpreti musicali più noti, a livello nazionale ed internazionale, nonché un autore che ha scritto melodie indimenticabili: Domenico Modugno. La rappresentazione ha il titolo significativo di Uomini in frac (rifacendosi alla nota canzone di Modugno L’uomo in frac) e ripropone, in chiave rivisitata da Peppe e dagli altri musicisti, un vasto repertorio del cantautore pugliese, celebrando, in tal senso, il cinquantesimo anniversario della canzone vincitrice del Festival di Sanremo 1958 Nel blu dipinto di blu.

Nel 2010 gli Avion Travel si aggiudicano la Targa Tenco per gli interpreti grazie ad un album inciso l’anno precedente, L’amico magico, dedicato alle musiche scritte per i film da Nino Rota.

Il 2014 è un anno che segna un momento importante per Peppe e tutta la sua band: essi si ritrovano insieme per l’evento denominato ReTour, una tournee che li vedrà toccare molte città e che è caratterizzata dalla ricomposizione della formazione “storica” degli Avion: oltre a Peppe Servillo ci sono, infatti, Fausto Mesolella, Mario Tronco, Mimì Ciaramella, Ferruccio Spinetti e Peppe D’Argenzio. Il gruppo casertano ripropone i suoi brani più celebri, quelli che li hanno resi noti e fatto amare dal grande pubblico.

Nel 2013 i Manetti Bros, una coppia di registi romani, si cimenta col mondo e la cultura partenopea girando il film Song’e Napule: per questa prova essi convocano, fra gli attori, anche Peppe Servillo, che sa distinguersi nella sua interpretazione.

Il 2014 vede una occasione unica e straordinaria, nel mondo del Teatro: i due fratelli, Toni e Peppe Servillo, sono in scena per rappresentare uno dei lavori teatrali più noti di Eduardo: “Le voci di dentro”. Toni, nato solo un anno prima di Peppe, ricopre il ruolo che aveva sempre Eduardo, quello di Alberto, mentre Peppe ha quello del fratello, Carlo. Toni e Peppe portano questo lavoro in tour, sia a livello nazionale che all’estero, ed incassano un successo che è commisurato alla eccezionalità di questo evento.

Il regista Andrea D’Ambrosio, per realizzare una storia su di un Sud disincantato e malinconico, nel 2015, sceglie, insieme con altri protagonisti, anche Peppe Servillo: il film è Due euro l’ora, ed è un prodotto cinematografico che si guadagna molti riconoscimenti.

E ancora Edoardo De Angelis si avvale, nel 2016, della recitazione di Peppe Servillo per il suo film Indivisibili che riscuote grande successo di pubblico e di critica.

Peppe Servillo, nel 2018, è nuovamente sul palcoscenico dell’Ariston, a Sanremo, insieme con il suo amico e grande musicista partenopeo Enzo Avitabile, dove presentano la bellissima canzone Il coraggio di ogni giorno.

Grazie Peppe. E scusami ancora.

 

Michele Liguori: morire per fare il proprio dovere, nella “terra dei fuochi”

MICHELE LIGUORI

Era un tenente del corpo di vigili urbani di Acerra, in Campania. La Campania, che è sempre stata conosciuta per le sue bellezze, per il suo verde, per i suoi frutti e che negli ultimi tempi, per colpa della camorra e dell’accumulo illegale dei rifiuti tossici, è ora nota anche come “La terra dei fuochi”: un nome che è inaccettabile, ma che è stato coniato a causa dei roghi che vengono accesi per bruciare i cumuli illegali di immondizia che vengono accatastati da gente senza scrupoli.

Il vigile si chiamava Michele Liguori, classe 1955, ed era stato assegnato proprio al pool ambientale: ciò nonostante questo pool ambientale contava una sola persona in forza, ed era lui stesso.

Nonostante questo Michele non si perse d’animo: anzi, si mise di impegno a condurre le indagini, a stanare ogni sito sospetto, ogni traccia di fumo e di scorie depositate illecitamente.

Il suo lavoro non aveva orari: giorno e notte Michele era ad investigare sul territorio, letteralmente scavando a mani nude in quella spazzatura biologica, affondando i piedi nei liquami velenosi, respirando i miasmi venefici di quelle sostanze mortali.

Ed il suo lavoro otteneva frutti: le discariche abusive venivano scoperte, si risaliva ai nomi dei mandanti di quello scempio e si vedevano i risultati concreti di tanto lavoro massacrante che stava togliendo la salute e la vita a Michele.

Ma non sempre gli uomini onesti ricevono il premio per le loro azioni virtuose: Michele dava fastidio. Troppo fastidio.

Dapprima con le allusioni, poi con le minacce vere e proprie si tentò di distoglierlo da ciò che faceva: inutilmente, perché Michele procedeva a testa bassa, imperterrito; infine il tenente dei vigili urbani Michele Liguori fu trasferito di ufficio, messo a smistare scartoffie in un posto dove non avrebbe nuociuto a nessuno.

Se qualcuno poteva pensare che quel quotidiano contatto con dei materiali fortemente letali non dovesse avere conseguenze sul fisico di Michele si sbagliava: nel suo corpo, già da tempo, si erano sviluppati due tumori. Tumori ed altre malattie del sangue che hanno sempre afflitto tutta la gente che viveva in quei luoghi e che hanno causato, da tempo, tante perdite di vite umane: Michele si era battuto per loro, per salvarli tutti.

Anche dal suo letto di dolore e di sofferenza, negli ultimi istanti di vita, Michele continuava la sua battaglia, rivendicava con orgoglio ogni cosa che aveva fatto, tutto il suo operato. Egli muore il 19 gennaio 2014, proprio il giorno della vigilia di San Sebastiano martire, patrono della polizia locale.

I colpevoli di quei crimini sono stati arrestati, processati e condannati: a Michele viene intitolato il comando della polizia municipale di Nola.

Purtroppo è di pochi giorni fa la notizia che è giunta su tutti coloro che lo hanno seguito come una doccia fredda: nonostante l’INAIL, a suo tempo, gli avesse riconosciuto la malattia professionale il Ministero dell’Interno, dipartimento della pubblica sicurezza, ha NEGATO questo riconoscimento. Queste sono state le sue parole: “La malattia non può riconoscersi dipendente dai fatti di servizio, in quanto, nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere ogni nesso di causalità e o di con causalità non sussistendo, altresì nel caso di specie, precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che col tempo possano essere evolute in senso metaplastico”.

Sono in molti, adesso, a dire che Michele Liguori è stato ucciso due volte: la prima dal male provocato dal suo dovere, che per lui era divenuto una missione; la seconda da questo comunicato del Ministero dell’Interno.

 

A questo post è legata una raccolta di firme: aiutateci a ridare onore e dignità a Michele Liguori: firmiamo questa petizione da sottoporre al Ministero dell’Interno ed a chiunque sia disposto a darci una mano.

https://secure.avaaz.org/it/petition/Ministero_dellInterno_Ridiamo_dignita_alla_memoria_di_Michele_Liguori/?wchLJhb&utm_source=sharetools&utm_medium=twitter&utm_campaign=petition-496905-Ministero_dellInterno_Ridiamo_dignita_alla_memoria_di_Michele_Liguori&utm_term=chLJhb%2Bit

Firmiamo per MICHELE LIGUORI, persona meravigliosa e coraggiosa, che ha dato tutto se stesso ad una causa giusta e che per farlo ha perso la vita.

Renata Fonte e il valore della lealtà

FONTE

Vi sono persone che amano così tanto la propria terra da dedicare ad essa tutta la propria esistenza e, quando questo amore coincide anche con la fede nella legalità, si può essere certi che questa devozione può portare anche a rinunciare a tutto, anche alla propria vita.

È questa la storia di Renata Fonte, una donna del Sud, una combattente nata che non si è fermata davanti a nulla.

Renata Fonte nasce a Nardò, un centro in provincia di Lecce, il 10 marzo 1951.

Da piccola si sposta per breve tempo a Chieti al seguito del padre, funzionario del Ministero della Difesa.

Frequenta il Liceo Classico a Nardò ma non si diploma perché interrompe gli studi a 17 anni per sposare un ventiduenne sottufficiale dell’Aeronautica Militare, Attilio Matrangola.

L’anno successivo nasce la prima figlia, Sabrina. Pur avendo un domicilio fisso presso la famiglia del marito, Renata si sposta dovunque vada il marito per il suo lavoro nell’aviazione civile.

Nel giugno del 1973 nasce la seconda ed ultima figlia, Viviana. Trasferitisi, sempre per il lavoro di Attilio, in Sicilia, in provincia di Catania, Renata consegue il Diploma di Maturità Magistrale vincendo, poi, il Concorso a cattedra per quel titolo.

Nel 1980 il marito va a lavorare all’Aeroporto di Brindisi e Renata torna, dopo tanto tempo, nella sua amata terra. Insegna alle Scuole Elementari a Nardò e studia Lingue presso l’Università di Lecce. Inizia il suo percorso nella politica, nelle file del Partito Repubblicano: dapprima diviene Segretario cittadino, poi si iscrive all’U.D.I. e in seguito gestisce il Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio, opponendosi alle lottizzazioni che implicano costruzioni su di un’area protetta.

Renata si candida alle elezioni amministrative e le vince, assumendo la carica di Consigliere ed Assessore a Nardò. Ricopre, poi, l’incarico di Assessore alle Finanze ed alla Pubblica Istruzione, Cultura, Sport e Spettacolo, ed al direttivo provinciale del P.R.I.; è, poi, responsabile per la provincia del settore Cultura dei repubblicani. Renata si distingue per la sua tenacia e la sua voglia di opporsi ad ogni illecito.

L’assessore Fonte scopre, così, i reati ambientali e i primi segni di quel racket che sta per mettere radici nel Salento; per questo, nell’ambito della sua carica istituzionale, Renata si batte strenuamente per impedire la spartizione e la speculazione del territorio di Porto Selvaggio.

Questa sua presa di posizione però, come è facile capire, dà fastidio a molte, troppe persone: Renata Fonte è un pericolo per gli interessi malavitosi che gravano intorno all’area di Porto Selvaggio.

Nel 1984, nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile, rientrando a casa al termine di una riunione del Consiglio, Renata Fonte viene uccisa con tre colpi di pistola, esplosi da due sicari mandati dalla criminalità organizzata. Gli autori materiali del delitto vengono subito arrestati; con loro viene imprigionato anche chi quella morte l’ha ordinata, ossia il candidato in coda per il seggio alle elezioni comunali, che avrebbe fatto gli interessi degli speculatori. Tuttavia è probabile che non fosse il solo mandante.

Ben tre libri sono stati scritti sulla vicenda di Renata Fonte: “La posta in gioco” di Carlo Bollino, “Il caso Fonte” di Lino De Matteis e “L’innocenza che insegna” di autori vari.

Oltre questi vi sono stati capitoli dedicati a lei in altri testi e anche alcuni lavori teatrali importanti.

Nel 1987, basandosi proprio sul libro di Bollino “La posta in gioco”, Giuseppe Ferrara realizza la sceneggiatura di un film con lo stesso titolo: il film viene diretto da Sergio Nasca ed interpretato da Lina Sastri nel ruolo di Renata Fonte.

Nel Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e nella Palude del Capitano vi è una targa con una dedica all’assessore Fonte, a cui tutti attribuiscono una indiscussa difesa della integrità di Porto Selvaggio.

Le due figlie di Renata, Sabrina e Viviana, hanno entrambe seguito le orme della madre e si occupano di diffondere testimonianze e messaggi di legalità, sia in ambito nazionale che nel mondo.

La vicenda di Renata Fonte può essere certo esemplare, ma non deve essere vista solo come un caso eccezionale: l’attaccamento alla giustizia, all’onestà, deve essere un fatto che rientra nella norma, mai una rarità.

Perché queste attitudini morali si coltivano, si alimentano, e non si sottovalutano mai.

 

Emanuela Loi, una ragazza che amava il sole

EMANUELA

Emanuela Loi nasce a Sestu, in provincia di Cagliari il 9 ottobre del 1967.

Sestu è un piccolo paese sardo, con una superficie di poco meno di 50 km ² e poco più di 20.000 abitanti. Le cose più belle da vedere, nel paese, per chi voglia visitare i monumenti tipici, sono proprio le chiese, come in ogni villaggio che si rispetti: la chiesa di San Gemiliano, di Sant’Antonio, di San Salvatore… Nella chiesa di San Giorgio si trova anche una pietra miliare romana, che viene rivenuta durante alcuni scavi insieme ad altri reperti storici.

Ma la cosa che caratterizza Sestu sono il suo cielo, la sua campagna, la sua terra.

Emanuela cresce in quella terra, ed impara ad amarla, ad assaporare ogni cosa del suo paese.

La sua è una famiglia semplice, serena e la sua infanzia e la sua adolescenza si consumano in un clima tranquillo, con dei riferimenti stabili e forti.

Emanuela ama profondamente suo padre, sua madre, i suoi fratelli e, quando diviene più grande, vede nascere in sé anche un amore diverso, ma ugualmente intenso: quello per il suo ragazzo.

Emanuela studia e vorrebbe diventare insegnante ma, subito dopo essersi diplomata, così per caso, si trova un giorno insieme a sua sorella Claudia a tentare il concorso per entrare in polizia.

Emanuela, a sorpresa, supera il concorso, a differenza di Claudia che, purtroppo, non ce la fa. Dopo aver frequentato la scuola allievi, Emanuela viene mandata, come suo primo incarico, a Palermo, per far parte del reparto addetto alla protezione delle persone a rischio. È la prima donna ad accedere a questa posizione.

I suoi primi compiti sono di piantone: alla casa dell’onorevole Mattarella, alla abitazione della senatrice Masaino ed anche a quella del boss Francesco Madonia.

Emanuela, ogni volta che le viene concesso, torna sempre con gioia a Sestu, per riunirsi con i suoi familiari, per vedere il suo fidanzato. Ella è convinta di ciò che fa: crede nella strada intrapresa; nello stesso tempo, però, avverte tutta la responsabilità che il suo lavoro comporta, ed anche i tanti, troppi pericoli che sono sempre dietro l’angolo.

Lo confessa ai suoi cari, si confida e ne parla apertamente, specie con il suo ragazzo, che è, ovviamente, molto preoccupato. Il loro è un amore genuino ed i due giovani progettano di sposarsi, non appena possibile.

Nel giugno del 1992 Emanuela viene a sapere di essere stata inserita nel gruppo di scorta del giudice Paolo Borsellino. È il 19 luglio quando le viene affidata la sua prima missione: accompagnare il magistrato. che deve recarsi in visita alla casa di sua madre, in Via D’Amelio.

Quel giorno Emanuela è nervosa, inquieta: il giudice, lei e tutti gli altri della squadra non sanno che la mafia ha preparato una autobomba, proprio in quella strada, per far morire Paolo Borsellino: una persona troppo scomoda per l’organizzazione criminale; il giudice Borsellino fa appena in tempo a citofonare per avvisare del suo arrivo alla casa materna che l’autobomba esplode, uccidendo il magistrato e la sua scorta. Emanuela ha solo ventiquattro anni quando perde la vita nell’agguato mafioso.

La sua famiglia apprende con straziante dolore la notizia della sua morte durante uno speciale flash del telegiornale, che annuncia dell’attentato in Via D’Amelio.

Dopo la sua morte Emanuela Loi viene insignita della medaglia d’oro per il valore civile, il 5 agosto 1992. Le viene dedicata anche una scuola elementare di Bagheria, a Palermo. A Nettuno, in provincia di Roma, ci sono una strada e un istituto politecnico a suo nome. In tutto il resto del paese ci sono ancora tante strade, piazze e uffici dedicati alla sua memoria.

Ma una storia come quella di Emanuela non può finire così.

Certo, tutto ciò che viene intitolato a suo nome è importante, tanto quanto tutte le onorificenze e gli eventi che le vengono dedicati e che contribuiscono a far sì che il suo nome non venga dimenticato.

Quello che fa la differenza è una cosa molto più naturale e spontanea: qualcosa che è difficile da scordare.

Perché una ragazza cresciuta nel sole di Sestu si porta quel sole nel cuore: è un sole che brilla su di lei, nei suoi occhi, quando guardiamo il suo viso lieto e spensierato.

Emanuela amava la vita, amava la luce, e quella luce, così grande, così vivida, rimarrà per sempre, anche se lei non è più materialmente accanto a coloro che l’hanno amata e che ancora l’amano.

L’amore di Emanuela sopravvive: non può morire. La violenza, la ferocia del male non possono uccidere il suo sorriso, i suoi occhi scintillanti: quello splendido sorriso, quegli occhi che rimangono impressi nel cuore, dolci ed eterni.

 

L’ACOUSTIC DREAM DI PALMA COSA: SOGNARE ATTRAVERSO LE CORDE DI UNA CHITARRA

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Ho sempre amato la chitarra: è stato il primo ed unico strumento musicale che io abbia mai suonato nella mia vita, ma cominciai tardi: avevo già diciotto anni. Nonostante questo amore sono rimasto sempre e solo un dilettante, ma ciò mi ha consentito di poter apprezzare maggiormente i veri talenti che ascoltavo.

Ricordo che mi piaceva praticare un semplice modo di fare fingerpicking, una tecnica statunitense che prevede il solo uso delle dita per suonare lo strumento; di recente mi sono appassionato ad una evoluzione di questo stile, il fingerstyle.

Il fingerstyle è un modo per suonare la chitarra senza adoperare il plettro. Al posto della penna si usano, invece, polpastrelli ed unghie, proprio allo stesso modo della chitarra classica. A dire il vero il fingerstyle è un insieme di tante pratiche di suono, che si sviluppano in svariati stili musicali. È uno stile che viene, spesso, collegato al fingerpicking, che tuttavia è un retaggio della musica folk, country o blues.

Gli arrangiamenti musicali col fingerstyle sono, dunque, costituiti, fondamentalmente, da accordi, arpeggi ma anche da altro, come, ad esempio, il tapping, ossia il servirsi della cassa acustica dello strumento come percussione.

Non credevo di poter trovare, proprio nella mia città, una delle migliori performers di fingerstyle a livello internazionale: lei è di una bravura sorprendente ed il suo nome è Palma Cosa.

Ho avuto il piacere di vederla esibirsi dal vivo, perché mercoledì 6 dicembre 2017, nei locali della libreria Ubik di Taranto, Palma Cosa ha presentato in pubblico il suo primo lavoro musicale: si intitola “Acoustic Dream” (Sogno Acustico) proprio perché per lei è un sogno che si realizza. L’album è stato realizzato in collaborazione con l’etichetta discografica indipendente “Joe Black Production”. All’interno di esso vi sono otto brani, di cui cinque per chitarra acustica sola e tre con arrangiamenti musicali realizzati dal padre di Palma, Roberto Cosa.

Quarantaquattro anni, un viso dolce e sensibile, con due occhi grandi e comunicativi, Palma Cosa suona la chitarra da sempre.

La sua vita è stata accompagnata dalle note e dalle melodie come per gli altri bambini è per i primi giochi: suo padre, Roberto, è un musicista molto noto nel panorama musicale tarantino: Palma apprende da lui i primi rudimenti di quel mondo fatto di suoni: li beve come il latte materno.

Quella piccola fanciulla bionda comincia, così, a suonare all’età di nove anni, tenuta davvero mano nella mano dal suo papà che ama così tanto e che è una figura molto importante per lei; così Palma prende la sua decisione: sarà una chitarrista, proprio come il suo papà.

Una volta raggiunta l’età giusta, Palma si iscrive al noto conservatorio tarantino intitolato al grande compositore Giovanni Paisiello: qui consegue il diploma con il massimo dei voti.

Dopo il conservatorio Palma decide di affinare ciò che ha appreso, e comincia a farlo con un Maestro di fama internazionale come Alirio Diaz, che la introduce al mondo magico degli arpeggi della chitarra classica, che vide in Andres Segovia il suo maggior interprete.

Ma Palma non si ferma qui e decide di esplorare altri lidi ed altri modi di produrre suoni con il suo strumento: per questo si iscrive ad un corso di chitarra jazz tenuto da Enrico Rava, del quale si guadagna subito la stima a motivo di una sua personale esecuzione del noto brano di Antonio Carlos Jobim “La Garota de Ipanema”. Il jazz la attrae tantissimo, tanto è che uno dei suoi idoli, musicalmente parlando, è Michael Hedges, il quale, oltre ad essere un jazzista, è un innovatore delle tecniche di esecuzione per chitarra, quali il tapping, di cui abbiamo già parlato, e le accordature aperte, insieme con lo stile new age. Il suo amore profondo per il jazz la porta, infine, ad attendere i corsi di perfezionamento di musica ed improvvisazione jazz, tenuti presso l’Accademia Romana della Musica, dal chitarrista Fabio Zeppetella.

Al termine di questo iter di crescita ed evoluzione musicale Palma è già sicura di ciò che sarà la forma definitiva dei suoi suoni: il fingerstyle, a cui legherà per sempre il suo nome e la sua carriera, dedicata idealmente all’indimenticabile Michael Hedges, sua fonte di ispirazione, ma dal quale saprà staccarsi del tutto per creare presto qualcosa di suo, nuovo ed originale.

Alla fine degli anni novanta Palma supera un concorso promosso dalla SEVEN la quale, coadiuvata da una nota casa discografica, crea un CD di brani inediti di giovani autori: fra questi spicca il suo nome che si è fatto notare e che ha entusiasmato il noto arrangiatore di Mina, Franco Serafini, che l’ha contattata.

Non appena possibile Palma comincia a partecipare a numerosi concorsi e a tantissimi eventi musicali, facendosi conoscere ed apprezzare, sia dal pubblico che dalla critica, per la sua vitalità e per i sentimenti che sa comunicare.

Vince, in queste occasioni, il primo premio assoluto al concorso internazionale dell’Associazione “G.P. da Palestrina”, a Manduria, nel 1995. Allo stesso modo si classifica al primo posto come chitarrista nel corso del festival “la Ghironda” di Martina Franca nel 1999.

Sempre nel 1999 la musicista tarantina partecipa al programma televisivo NOTTENORBA LIVE, inserito nella trasmissione BATTITI, in onda sull’emittente TELENORBA; qui Palma suona dal vivo dei brani per chitarra acustica da lei composti.

Palma è ancora una volta prima nel concorso d’esecuzione musicale “Città di Barletta” nel 2003. La vediamo di nuovo sul palco d’onore, di nuovo primo premio assoluto per la “Città del Barocco” di Lecce, nel 2004. Nello stesso anno guadagna altri due primi premi ad Altamura ed Ostuni.

È, questo, davvero un periodo ricco di soddisfazioni personali che contano tanto per la giovane Palma, come la felicità di poter suonare accanto ad un mostro sacro come il musicista Mark White, in occasione dei seminari di UMBRIA JAZZ 2002.

Nell’estate del 2006 compie anche un viaggio a Cuba, all’insegna dell’amore e della musica che quel luogo ha sempre stimolato in lei e in tanti musicisti di ogni generazione: proprio all’Havana, la capitale, Palma si cimenta in molte jam sessions improvvisate con alcuni musicisti locali, dimostrando un talento ammirevole.

Palma ha già al suo attivo la formazione di numerose band, fra le quali ricordiamo l’Acoustic Dream Trio, con le quali suona facendo tappa in varie località del Meridione, senza porsi limiti di genere, dal blues al funky, dal jazz alla bossanova fino al latin-jazz. Improvvisa ed arrangia pezzi di musica sudamericana per chitarra sola, sperimentando nuove tecniche di accompagnamento, alternandoli con concerti in duo chitarra e voce, in particolare con la brava solista Kica Pierri.

Palma Cosa è, oggi, insegnante di ruolo nelle Scuole Medie Statali ad indirizzo musicale di Taranto.

Assistere ad un concerto di Palma è uno spettacolo unico, che solo i grandi chitarristi sanno donare: Palma prende tutto ciò che può dallo strumento: si fonde con la sua chitarra fino a divenire una cosa sola.

L’ho vista pizzicare le corde con una leggerezza e una rapidità tali che le sue mani sembravano volare come ali di farfalla sulla tastiera; l’ho vista servirsi della cassa acustica come un tamburo, solo per pochi attimi, per poi tornare a strappare vibrati incredibili solo sfiorando o battendo lievemente le dita sulle barre: non riuscivo a credere che potesse essere possibile, ma Palma stava davvero sfruttando la sua chitarra a 360 gradi, dandogli valenze inconsuete e straordinarie.

Le dita di Palma sono agili, sottili, elastiche, educate a compiere performances funamboliche con la chitarra: è una professionista, certo, ha talento, ma è anche estremamente sensibile, percettiva, con una grande carica emozionale.

Le sue esecuzioni sono cariche di ritmi trascinanti, ma anche di melodie struggenti e malinconiche: è questo il caso di “Occhi grandi”, uno dei primi brani composti da Palma e dedicato a suo fratello scomparso: un canto dolce e pieno di rimpianto, espresso solo dalle corde, e che significava “Mi manchi, sai? Ma mi hai lasciato il tuo ricordo e sei sempre accanto a me”. Una nostalgia lieve, dai toni chiari, che riecheggia davvero la tipica saudade brasiliana.

L’album di Palma si può ora scaricare sulle piattaforme I Tunes, Amazon, Napster, Apple music e Google play, ma presto sarà disponibile anche in CD.

Palma, però, ha in programma ancora tanti eventi, a breve ed a lungo termine, fra i quali la partecipazione alla fiera musicale della Puglia, MEDIMEX.

Mi auguro solo di rivederla ancora e sentirla suonare, questa ragazza straordinaria che offre accordi carichi di sentimento e di amore con tanta maestria e generosità.

 

(Immagine fornita dalla Joe Black Production)

Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile: i racconti senza tempo del Sud

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Se qualcuno, ieri sera, ha seguito, come me, la programmazione serale di RAI 3, non ha potuto, certamente, rimanere indifferente e non ha potuto fare a meno di sognare di fronte ad un film la cui bellezza è indiscutibile. Ed è bello perché è ambientato nel Sud (ho riconosciuto nelle scene la struttura inconfondibile di Castel del Monte) e dal Sud attinge la sua ispirazione. Tutto il film, infatti, è basato unicamente su tre racconti tratti dal libro Lo cunto de li cunti, dell’inimitabile scrittore napoletano Giambattista Basile.

A dire il vero questa non è l’unica volta che il cinema adopera alcune fiabe di Basile per la sceneggiatura di un lavoro per il grande schermo: ricordiamo, infatti, il capolavoro di Francesco Rosi C’era una volta, interpretato da Sofia Loren e Omar Sharif.

Giambattista Basile nacque a Giugliano, in provincia di Napoli, nel 1566 oppure nel 1575, e morì, sempre a Giugliano, il 23 Febbraio del 1623.

Nato in una famiglia della classe media napoletana, Basile è stato, nel corso della sua carriera, cortigiano e soldato al servizio di vari principi italiani, tra cui il doge di Venezia. Secondo Benedetto Croce la data della nascita di Basile è il 1575, mentre altre fonti riportano il  15 febbraio del 1566. A Venezia comincia a scrivere dei versi. Più tardi egli torna a Napoli come cortigiano, sotto il patrocinio di Don Marino II Caracciolo, principe di Avellino, a cui dedicò il suo idillio L’Aretusa (1618). Al momento della sua morte aveva raggiunto il rango di Conte, divenendo Signore del Contado di Torrone.

Tipico scrittore dell’era Barocca la prima produzione letteraria di Basile è datata dal 1604, sotto forma di prefazione alla Vaiasseide del suo amico lo scrittore napoletano Giulio Cesare Cortese. L’anno successivo la sua villanella Smorza crudel amore viene musicata; nel 1608 egli pubblica la sua poesia Il Pianto della Vergine.

Basile è ricordato soprattutto per aver scritto la raccolta di fiabe napoletane intitolate Lo cunto de li cunti, o lo trattenemiento de’ peccerille (che, tradotto dalla lingua napoletana vuol dire Il racconto dei racconti o un intrattenimento per i piccoli), noto anche come Il Pentamerone. Questo importantissimo libro viene pubblicato postumo, a Napoli, negli anni 1634 e 1636; esso viene suddiviso in due volumi, e dato alle stampe a cura della sorella di Basile, Adriana, nota cantante. Sul frontespizio, tuttavia, è riportato uno pseudonimo dell’autore, non quello originale, che altro non è che il nome anagrammato di Basile: Gian Alesio Abbatutis. Solo successivamente questa raccolta diviene nota come Pentamerone. Questa opera di Basile, purtroppo, rimane ignorata per molto tempo. Il lavoro dello scrittore napoletano comincia a ricevere una certa attenzione solo dopo che i Fratelli Grimm lo riscoprono, lo traducono in tedesco e lo lodano, riconoscendo in esso la prima indiscussa collezione internazionale di fiabe: tanto è vero che molte di queste fiabe sono le più antiche varianti delle più note storie esistenti. Lo Cunto è stato, infatti, nel corso dei tempi, fonte di ispirazione per tutta la letteratura europea nel genere letterario della fiaba. Alcuni dei racconti più celebri – Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, Raperonzolo, La Bella addormentata nel bosco, Il gatto con gli stivali, Pelle d’asino – non sono altro che il risultato di riduzioni o adattamenti delle storie di Basile. Il francese Perrault li tradusse nella sua lingua e li inserì nel suo volume Contes de ma mere (I racconti di mamma Oca) ed anche Oscar Wilde attinse a Basile per alcune sue novelle. Benedetto Croce fu il primo a fare una traduzione dal napoletano antico in italiano del libro di Basile e fu proprio lui a dire di questa importante opera: “L’Italia ha nel Cunto de li Cunti di Basile, il più antico, più ricco e più artistico di tutti i libri di racconti popolari”.

Lo Cunto de li cunti o Pentamerone

Lo Cunto è una raccolta di leggende di origine popolare, scritte in napoletano arcaico e inserite in una trama che segue le linee del Decamerone di Boccaccio. La narrazione è divisa in cinque giornate (da qui l’altro titolo di Pentamerone), ognuna delle quali include dieci storie.

La cornice della vicenda si snoda intorno a Tadeo, principe di Camporotondo che una schiava moresca è riuscita a sposare grazie ad un inganno, e alla principessa Lucrezia, detta Zoza, innamorata del principe. Zoza, infatti, aveva quasi liberato dall’incantesimo che lo aveva addormentato il principe, ed è proprio in quel momento che la schiava si intromette, strappandoglielo. Ancora grazie alla magia Zoza trasmette alla schiava il desiderio insaziabile di ascoltare storie. La principessa allora chiama dieci orribili vecchie – Zeza sciancata, Ceccastorta, Meneca gozzosa, Tolla Nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa, Iacova squarquoia. Ognuna delle megere riceve l’incarico da Zoza di narrare una storia al giorno per cinque giorni. L’ultima fiaba, però, viene narrata da Zoza in persona, la quale racconta le sue vicende e di come, per una atroce beffa, le sia stato strappato l’amore della sua vita. Tadeo, allora, comprende l’inganno e condanna a morte la disonesta schiava per sposare Lucrezia.

Al termine delle prime quattro giornate, e delle relative fiabe, vi è sempre, al finale della storia, un dialogo in versi o un’egloga, che funge da morale del racconto: questi  versi sono una condanna, feroce ed amara, dei vizi dell’umanità.

La gatta Cenerentola

Uno dei più famosi racconti di Giambattista Basile, intitolato nell’originale lingua napoletana  La gatta cennerentola, è sicuramente una delle fonti, se non la fonte principale, che ispirò Charles Perrault a comporre la storia di Cenerentola nella versione oggi considerata “classica”. L’eroina di Basile (il cui vero nome è Zezolla) uccide la sua prima matrigna, che viene però rimpiazzata da una matrigna peggiore, infida e cattiva, la quale ha sei figlie. Il compositore e regista Roberto De Simone ha realizzato un adattamento in musica per il teatro, partendo dalla favola di Basile. In molti concordano nel riconoscere in questo il capolavoro di De Simone. L’opera, diretta dal Maestro Domenico Virgili, viene eseguita ben 175 volte nei suoi primi due anni.

Le fiabe de Lo cunto de li cunti di Basile non possono morire: sono destinate a durare nel tempo. Misconosciute o ignorate del tutto nella loro epoca, ora sono accreditate dal mondo intero come un capolavoro immortale nel loro genere.

 

Bruno Cirino: un’anima intensa che sapeva svelarsi in scena

Bruno Cirino

Bruno Cirino, all’anagrafe Bruno Cirino Pomicino, nasce a Napoli il 25 ottobre 1936, ed è stato un attore e sceneggiatore italiano.

Cirino, da giovane, intraprende gli studi giuridici, che abbandona, però, per iscriversi all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio d’Amico” a Roma. Dopo la laurea, nel 1961, inizia la sua carriera sul palcoscenico, in particolare lavorando con Franco Zeffirelli (Romeo e Giulietta), Eduardo De Filippo (Il contratto), Giorgio De Lullo (Il giuoco delle parti), Orazio Costa (Processo e morte di Stalin). Giuseppe Patroni Griffi (Napoli notte e giorno).

Negli anni ’70 fonda, insieme con Roberto Bisacco, la Compagnia Teatrale “Teatroggi”, a cui dà il suo contributo anche in qualità di regista. I suoi primi lavori sono scritti da Dacia Maraini, ma in seguito affronta testi di autori stranieri come Peter Weiss, Jean-Paul Sartre, Eugene Ionesco, Moliere e Dostojevskij. Rimane memorabile la sua interpretazione della trascrizione teatrale dell’Idiota di Dostojevskij, da lui portata in scena con la regia di Aldo Trionfo.

Nel 1980 Bruno Cirino è il primo attore di rilevo a diffondere un lavoro che è poi divenuto un classico del teatro partenopeo moderno: “Uscita d’emergenza” di Manlio Santanelli, un testo che, in tempi recenti, ha visto il cimento di tanti altri protagonisti, quali Lello Arena e Luca De Filippo, per dire solo i due nomi più significativi.

A partire dalla fine degli anni sessanta, Cirino è attivo anche nel cinema e in televisione.

Debutta sul grande schermo con un film di profonda denuncia sociale e di considerevole valore storico: “Il processo Cuocolo”, diretto da Gianni Serra, una pellicola che ricostruisce uno dei più cruciali momenti della vita di Napoli: un processo che vide coinvolti i membri della camorra, i suoi capi, i suoi volti più noti, i suoi uomini d’onore: fu il primo straordinario processo intentato dalle istituzioni alla criminalità organizzata. Era un testo difficile e pieno di risvolti umani che Cirino seppe dipingere, nel suo ruolo, da vero maestro, col suo stile inconfondibile, duro e sofferto. Fra gli altri, presta la sua grande professionalità anche a due registi che hanno fatto e sono la storia della settima arte a livello internazionale: Paolo e Vittorio Taviani, con i quali interpreta il film “Allonsanfàn”.

In televisione, invece, viene ricordato per i suoi molti sceneggiati televisivi: Dedicato a un bambino, Dedicato ad un medico, La vita di Leonardo (dove interpreta un insuperabile Michelangelo Buonarroti); in particolare ottiene un grande riconoscimento dalle firme più importanti del giornalismo di quel settore per la sua interpretazione nello sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, diretto da Vittorio De Seta nel 1972, basato sul romanzo “Un anno a Pietralata”, dell’insegnante Albino Bernardini. Nello stesso anno interpreta la figura, struggente e amara, di un operaio del Sud che lavora in una fabbrica del nord nella fiction “I Nicotera”, affiancato da altri grandi attori quali Turi Ferro. Personalmente ho anche un caro ricordo di un altro suo film televisivo che si rifà alla vita dell’indimenticabile scrittore, poeta e politico lucano Rocco Scotellaro. Ancora, lo ricordo nel ruolo, complesso e sanguigno, del “Sergentiello”, nel romanzo storico “Signora Ava”, tratto dal libro di Francesco Jovine.

Bruno Cirino muore prematuramente il 17 Aprile del 1981 all’età di 44 anni, dopo aver subito un infarto, mentre stava guidando la sua auto sulla strada di ritorno da un tour teatrale.

Quando rammento Bruno Cirino rivedo me stesso quando avevo undici e dodici anni, quando la televisione aveva solo due canali ed era in bianco e nero.

Lo rammento nel Diario di un maestro: la storia di un giovane insegnante del Sud che affronta, a Roma, gli allievi di una classe dove c’è molta devianza, situata in una borgata della capitale. Il suo percorso è irto di ostacoli, di quelle che paiono problematiche insormontabili: eppure lui riesce a creare un rapporto speciale con i suoi ragazzi, un rapporto che riesce ad andare al di là delle istituzioni, così distanti dalla loro realtà: una realtà data da un mondo che non offre loro speranza. Per tutti quei giovanissimi Bruno Cirino non era più un attore, dicono coloro che lavorarono con lui in quella esperienza unica: lui era semplicemente Bruno, la loro guida, il loro fratello maggiore, quello che per loro somigliava di più ad un vero maestro.

Lo rammento nei Nicotera, film televisivo che era il diario di una famiglia Meridionale inserita nella realtà di una metropoli del nord, con tutte le sue contraddizioni. Allora, nei primi anni settanta, l’emigrazione interna era sentita davvero come una criticità, un evento da enucleare e di cui discutere: qualcosa che, ne sono convinto, non è stato mai davvero metabolizzato. Ebbene Cirino riuscì, grazie alla sua decisa e vivace preparazione, a delineare il carattere dell’operaio meridionale che diviene giorno per giorno alienato in un mondo non suo in maniera tale da dargli un tono di veridicità irraggiungibile.

Lo rammento, e stavolta con tanta sincera commozione, mentre su quella tela che era lo schermo televisivo ricreava, con tanta umanità, ciò che era l’uomo Rocco Scotellaro dietro il poeta: solo in tal modo si poteva esaltare la liricità del suo essere interiore.

Non molti, invece (e sbagliano) lo richiamano alla memoria per il “Sergentiello” del romanzo televisivo “Signora Ava”: quella figura di brigante, di ribelle alle istituzioni, nella fattispecie all’incombente avvento dei Savoia, che avrebbero soppiantato i Borbone, spazzando via per sempre il Regno delle Due Sicilie. Poco tempo fa, grazie alle repliche dei canali tematici della RAI, ho potuto gustare di nuovo, come spettatore, in età matura, tutte le sfumature impetuose e brucianti del Sergentiello a cui Bruno Cirino aveva dato vita: una parte della nostra Storia ancora tutta da riscrivere ed a cui nessun altro avrebbe potuto infondere tutto quel calore che lui sapeva dare.

Perché le scelte di Bruno Cirino, come attore, coincidevano con le sue scelte individuali: Bruno Cirino era i personaggi che interpretava: il suo talento era costituito dalla sua anima così sfaccettata e sempre alla ricerca di qualcosa di impegnato da dire: sapeva trasmettere sentimenti, sensazioni, a volte piene di amore e partecipazione, a volte agre e spiacevoli, ricolme di dolore e tormentate. È stato l’interprete del suo tempo, di quel tempo, e per me è stata una figura cara che, entrata nella mia vita dal palcoscenico, dallo schermo, piccolo e grande, mi ha accompagnato e mi accompagnerà, per sempre.