La filosofia di vita di Luciano De Crescenzo, ovvero il professor Bellavista

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Non ha mai espresso le sue opinioni in maniera vivace e sopra le righe, Luciano De Crescenzo, limitandosi a chiosare con pacatezza e ironia: lui incarnava la figura tipica del napoletano serafico, che sa prendere le cose con filosofia e saggezza, anche quelle più inattese e spiacevoli. E davvero la filosofia, nella sua esistenza, è stato un binomio inscindibile. Anche nell’ultimo giorno di vita egli ha saputo dare un esempio di riserbo e modestia.

Luciano De Crescenzo, nasce a Napoli il 18 agosto 1928. Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria egli trova impiego presso la IBM Italia, dove rimane fino al 1976, quando pubblica il best seller “Così parlò Bellavista”.  “Così parlò Bellavista” è una raccolta di fatti ed aneddoti sulla sua città, Napoli, che arriva a vendere fino a 600.000 copie in tutta la nazione e che viene anche tradotto in molte lingue.

Nel corso degli anni Luciano De Crescenzo diviene un autore di successo internazionale. Nel 1980 debutta come attore ne “Il pap’occhio”, un film satirico, caratterizzato da un’ironia caustica nei confronti di una certa élite politica e culturale, ma principalmente sulla religione, che gli costa una feroce censura e notevoli ripercussioni legali.

Nel 1984 dirige l’adattamento cinematografico del suo libro di successo “Così parlò Bellavista”, dove interpreta anche il ruolo principale, quello del professor Bellavista; a questo segue “Il mistero di Bellavista” nel 1985.

Nel frattempo egli pubblica una lunga serie di libri, tra cui romanzi e volumi di divulgazione filosofica. Per il suo lavoro nel campo della filosofia greca egli riceve la cittadinanza onoraria di Atene nel 1994.

A partire dal 1977 pubblica un totale di cinquanta libri, vendendo 18 milioni di copie in tutto il mondo, di cui 7 milioni nel suo paese. Le sue opere si traducono in 19 lingue e vengono diffuse in 25 paesi.

La sua attività termina per sempre il 18 luglio 2019, mentre è ricoverato all’Ospedale Agostino Gemelli di Roma per una polmonite, poco prima di compiere 91 anni.

Fra i suoi testi ricordiamo: Così parlò Bellavista (1977), La Napoli di Bellavista (1979), Storia della filosofia greca. I presocratici (1983), Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi (1986), Panta rei (1994), I pensieri di Bellavista (2005), Il caffe sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi (2008), Tutti santi me compreso (2011), Fosse ‘a Madonna! (2012), Gesù è nato a Napoli (2013), Ti porterà fortuna. Guida insolita di Napoli (2014).

Fra i suoi film, in qualità di regista: Così parlò Bellavista (1984), Il mistero di Bellavista (1985), 32 dicembre (1987)

Quanto ho amato Luciano De Crescenzo e la sua napoletanità autentica, incantevole: la sua stessa voce, quando narrava aneddoti di vita o citava esempi filosofici, era musica, dolce e melodiosa.

Vi furono momenti cruciali per il paese, nei quali la democrazia venne messa in pericolo da un malinteso senso di giustizia; allora, mentre quasi tutti parteggiavano, supinamente, per chi conduceva una personale guerra populista contro chi rappresentava alcune istituzioni, De Crescenzo si distinse come voce fuori dal coro, esprimendo pareri discordi e critici.

Era legatissimo alla sua città e lui stesso si definiva, da vero partenopeo, “uomo d’amore”, descrivendo Napoli in tutte le sue sfaccettature, anche problematiche, senza dare a queste colori eccessivi o drammatici: “est modus in rebus”, si sarebbe potuto definire il suo approccio con le persone e le cose, citando la filosofia antica a lui cara.

Sapeva spiegare l’uomo e i suoi sentimenti, il professor Bellavista, che ormai era divenuto il suo alter-ego, e che riusciva a catturare l’attenzione di tutti con la sua affabilità, il suo riguardo verso l’interlocutore.

Rimarranno per sempre, nella memoria dei Meridionali, e non solo, le scene significative della quotidianità napoletana, da lui cristallizzate in immagini e narrazioni e raccolte nei suoi libri; rimarranno per sempre alcuni suoi dialoghi, tratti dai suoi libri e dai suoi film, alcuni personaggi che hanno saputo incarnare Napoli ed il suo spirito eterno, pieno di umanità.

(I diritti dell’immagine appartengono all’autore)

 

 

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La giusta misura di Pino Caruso

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Qualche settimana fa avevo preso l’abitudine di guardare ogni sera, in rete, il film “Il Ficcanaso”, una crime story dai toni comici e grotteschi diretta da Bruno Corbucci nel 1980: tutta la storia si incentra sulla figura inconfondibile di Pippo Franco, affiancato da un attore altrettanto talentuoso: Pino Caruso, che aveva condiviso con Pippo Franco l’esperienza presso il teatro-cabaret “Il Bagaglino”, di Roma. Insieme, Pippo Franco e Pino Caruso, costituiscono un duo dalla vis comica irresistibile, avvincente: una alchimia che si poteva creare, ovviamente, solo con loro, perché avevano un modo di recitare complementare, l’uno andando a riempire, con naturalezza, gli spazi dell’altro. Lo guardavo, e lo riguarderò ancora, perché mi sembra un piccolo capolavoro di umorismo misto a un thriller, dal carattere nostrano, che fa apprezzare un prodotto artigianale ben fatto, di qualità, del tutto diverso dai fragorosi blockbuster attuali, tutto fumo e niente arrosto.

Pino Caruso nasce a Palermo, il 12 ottobre 1934. Egli debutta in teatro nella sua città natale, nel 1957.

Nel 1965 Caruso si trasferisce a Roma – città nella quale rimarrà per sempre, da allora in poi –  per far parte della compagnia teatrale del celebre “Bagaglino”: qui inizia a fare il cabaret, un genere che gli piace da subito e che gli è congeniale, tanto che non lo abbandonerà più, pur diversificando la sua professione con altre tipologie di attività.

Presto Pino Caruso acquisisce una certa notorietà presso il grande pubblico partecipando a vari programmi di intrattenimento televisivo sulla RAI; fra questi ricordiamo: “Che domenica amici” (1968) “Gli amici della Domenica” (1970), “Teatro 10” (1971) “Dove sta Zazà” (1973) “Mazzabubù” (1975), “Due come noi” (1979).

Dal 1979 al 1989 Pino Caruso diviene il segretario del sindacato attori italiani, ruolo che ricopre gratuitamente, dedicandovisi a fondo, per favorire le istanze della sua categoria.

Negli anni successivi presta attivamente la sua opera, con varie iniziative ed eventi importanti, per rilanciare le attività culturali nella sua città, Palermo.

Dal 1976 l’attore collabora regolarmente come editorialista con giornali e riviste quali Il Mattino, Il Messaggero, Paese Sera, L’Avanti, Il Tempo, La Sicilia. È anche autore di molti testi che riscuotono un notevole successo di critica: L’uomo comune (1987), Il silenzio dell’ultima notte (2009), Appartengo a una generazione che deve ancora nascere (2014), Il senso dell’umorismo è l’espressione più alta della serietà (2017), Se si scopre che sono onesto, nessuno si fiderà più di me (2017).

Durante la sua carriera Caruso prende parte a circa 30 film. Fra i titoli più significativi ricordiamo: La più bella coppia del mondo (1968), Quella piccola differenza (1970), Malizia (1973), La governante (1974), La donna della domenica (1975), Sedotto e violentato, un episodio del film corale Ride bene… chi ride ultimo (1977), che segna il suo debutto nella regia, Gegè Bellavita (1978), Il ficcanaso (1980), Scugnizzi (1989), Per quel viaggio in Sicilia (1991), La strategia della maschera (1998), La matassa (2009), Abbraccialo per me (2016).

Pino Caruso si congeda, per sempre, dal suo pubblico il 7 marzo del 2019, dopo una lunga e debilitante malattia, all’età di 84 anni.

Era un uomo molto colto, Caruso: di se stesso amava dire “Ho una ignoranza enciclopedica”, ma in realtà era una persona davvero erudita e raffinata, come solo un siciliano può essere. La sua intelligenza, la sua sensibilità, del resto, è stata dimostrata dai tanti libri da lui scritti ed anche dai testi teatrali da lui curati ed interpretati: da questi traspare il suo interesse per il sociale, per le problematiche più cruciali del momento, come quando scrisse, nel 1985, la sceneggiatura per il film TV “Lei è colpevole, si fidi!”. “Lei è colpevole, si fidi!” prendeva, certo, spunto dalla tragica vicenda giudiziaria in cui fu coinvolto il presentatore Enzo Tortora, accusato di colpe che non aveva commesse e preso in un ingranaggio kafkiano di mala-giustizia; tuttavia Caruso si rifece a quella dolorosa circostanza solo come punto di partenza, poiché altri casi, meno noti, si susseguivano, e tuttora si susseguono, in un paese che ha un sistema giudiziario farraginoso e che non da nessuna garanzia al cittadino che i suoi diritti siano rispettati.

Come attore il suo tono stilistico era senz’altro il garbo, l’eleganza, la discrezione. Anche quando interpretava parti tutt’altro che tranquille Caruso riusciva ad essere misurato, equilibrato: ed era questo che mi attirava tanto nella sua recitazione: quel suo aplomb inconfondibile, quella classe naturale e semplice.

Ho sempre sognato di poter sedere con lui ad un tavolino di un bar, in Sicilia, di fronte ad una ottima granita di caffè o di limone per poter parlare, per poter condividere con lui la sua visione lucida e impietosa della vita; una visione non certo benevola, ma vista attraverso i suoi occhi profondi, sereni, che sapevano dare ad ogni fatto la giusta collocazione, la giusta misura. La giusta misura che Pino Caruso riusciva a scoprire per ogni cosa, avendo la capacità di trasmetterla agli altri con la sua signorilità e la sua leggerezza.

“Passi d’Amore”: dare un significato diverso alla vita ed alle sofferenze che può darci

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Una serata caratterizzata da un incanto particolare e da momenti suggestivi quella di ieri, 24 maggio, al Teatro Orfeo di Taranto. La prima di “Passi d’Amore”, cortometraggio ideato, realizzato e diretto da Fabio Matacchiera per il Fondo Antidiossina di Taranto, è stato il nucleo centrale intorno al quale si sono affacciate e dipanate tematiche diverse.

Il film di Fabio Matacchiera racconta la storia, dolce e drammatica, di Alice, una giovanissima il cui sogno è quello di essere una ballerina; il destino le riserva, però, un inaspettato e doloroso cambiamento: è un incidente, che la priverà per sempre dell’uso delle gambe. Alice si troverà a vivere questo momento critico della sua vita circondata dall’amore dei suoi cari, dei suoi amici, di chi le vuole bene: non sarà sola, e questo è importante per riuscire a superare le avversità. Saprà farcela. Saprà sconfiggere il dolore. Saprà trovare, dentro di sé, la forza necessaria per continuare a sognare.

Questa storia non è, come si vede, solo una storia intensa, che parla di disabilità e di come affrontarla: questa storia parla di coraggio, di fermezza, di anima che sa essere pronta a tutto.

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Ecco perché, sul palco, ieri sera, si sono intervallate altre vicende, altre testimonianze di persone che, come Alice, hanno saputo far fronte ad una sorte che li ha messi alla prova.

È stato così per Massimo Chiappetta, anche lui tarantino di nascita, ex carabiniere che, a motivo di un incidente, avvenuto nel 2008, ha perso entrambe le gambe. Ieri Massimo ha parlato di come la sua esistenza sia cambiata da quel giorno, e di come, praticando tanti sport, come lo handbike, sia riuscito a guadagnare medaglie e riconoscimenti mondiali.

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Un altro giovane, grande atleta, che ho avuto il piacere di conoscere di persona, ieri sera, e che ha parlato di come la subacquea abbia cambiato il suo approccio col mondo, è stato Gabriele Tavolaro. Gabriele ha 13 anni, ma ha cominciato a praticare la subacquea a 12 anni. Era accompagnato dal suo istruttore, Paolo Laganaro, che opera presso il Centro Disabled Divers International, dove i giovani disabili che hanno il desiderio di praticare questo sport possono farlo, e crescere anche. Crescere come è successo a Gabriele, che sta dimostrando tanta abilità e capacità ammirevoli.

L’evento voluto da Fabio Matacchiera era finalizzato all’acquisto di mezzi per i disabili; e poiché si parlava di medicina non sono mancati medici e specialisti, i quali hanno portato il loro contributo di conoscenza ed esperienza.

La protagonista amava la danza e a completare il programma vi erano gli allievi delle scuole di ballo che hanno partecipato alla realizzazione del cortometraggio: la Ballet Gallery e la Scuola Brescia, della celebre ballerina Rossella Brescia, anche lei presente a questa prima.

Tanto avvincente, con un senso di infinita leggerezza, l’esibizione della giovanissima e bravissima danzatrice, interprete del film, Fabiana Laneve, che con così tanta immedesimazione ha saputo dare  corpo e calore al personaggio di Alice.

Una circostanza così coinvolgente, toccante e speciale meritava una apertura consona: a questo ci ha pensato la Joe Black Production, di Giovanni Orlando, casa discografica indipendente di Taranto, che sta riscuotendo sempre più meritati successi nel mondo della musica. All’apertura del sipario, infatti, ho avuto la sorpresa gradita di rivedere una chitarrista che fa parte dei talenti curati dalla JBP: Palma Cosa. Palma, con le sue agili dita che si muovevano, libere ed esperte, sulla tastiera della sua chitarra, ha saputo far sbocciare i sentimenti giusti nell’uditorio: sentimenti e sensazioni che hanno, in seguito, caratterizzato tutto il tempo trascorso in compagnia delle varie anime di questo incontro all’insegna della solidarietà.

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Non ho dubbi che, a tutti coloro i quali hanno assistito alla premiere di “Passi d’Amore”, resterà per sempre un ricordo positivo di ciò che hanno visto: un ricordo che serva da monito ed ammaestramento, a guardare la disabilità con occhi diversi, a guardare il proprio cammino su questa terra con uno spirito diverso.

Giuseppe Di Vittorio, un uomo che servì solo i suoi ideali

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Giuseppe Di Vittorio è stata una figura simbolica per tutti i sindacalisti, ed anche uno dei leader più influenti del movimento operaio dopo la prima guerra mondiale: il suo profondo carisma lo ha reso il mito più popolare dei lavoratori di tutta Europa, a motivo delle sue attività politiche condotte anche in Francia ed in Spagna.

Di Vittorio nasce in un periodo di conflitti sociali, politici, internazionali, fra guerre e lotte per i diritti civili: soprattutto, si sentiva molto forte la questione meridionale nella penisola. Di Vittorio, di famiglia povera e contadina, inizia a lavorare nei campi da bambino, a seguito della prematura morte del padre: egli è autodidatta ed impara a leggere e scrivere da solo; comincia ad interessarsi dei diritti dei lavoratori a 12 anni e al principio le sue idee sono semplicemente sovversive, senza alcun colore politico; ben presto, però, egli aderisce al Partito Socialista ed a 15 anni è già fra gli organizzatori del Circolo giovanile socialista di Cerignola. Nel 1911 è a capo della Camera del Lavoro di Minervino Murge e, in seguito, anche di quella di Bari, difendendone vittoriosamente la sede dai fascisti. L’anno successivo Di Vittorio è fra i membri di spicco dell’Unione Sindacale Italiana.

Nel1924 avviene una scelta importante nella vita e nella carriera politica di Di Vittorio, il quale lascia il Partito Socialista per passare nelle file di quello Comunista, venendone eletto deputato.

L’anno successivo egli subisce una condanna a dodici anni di carcere dal tribunale penale del fascismo, ma fortunatamente trova rifugio in Francia, nazione nella quale, dopo essere stato in Unione Sovietica per alcuni anni, fa ritorno e si vede eleggere fra i dirigenti del PCI. Fu in quegli anni che nacquero i primi attriti fra Di Vittorio e la segreteria del PCI: la questione riguardava Stalin e la sua autorità, che il dirigente sindacale metteva in discussione, in merito a quelli che Stalin definiva “socialfascisti”; in pratica il capo dell’URSS definì i socialisti simili ai nazisti, in questo appoggiato dai comunisti italiani e dal loro direttivo, ma Di Vittorio protestò duramente contro questo giudizio che riteneva arbitrario ed ingiusto.

Negli anni della Guerra Civile Spagnola egli è fra coloro che giungono in quelle terre a dar manforte agli oppositori del dittatore Franco.

In seguito al suo arresto nel 1941, da parte delle autorità fasciste, egli viene liberato dal confino dai partigiani due anni dopo, unendosi alla Resistenza.

Alla fine della seconda guerra mondiale Di Vittorio è il segretario della CGIL, il sindacato del Partito Comunista.

Di Vittorio si distingue sempre per essere un personaggio fuori dagli schemi e, in occasione dell’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, egli si schiera a favore del popolo ungherese, contro le posizioni ufficiali del PCI.

Nel 1953, per i suoi tanti meriti, a Giuseppe Di Vittorio viene conferita la presidenza della Federazione Sindacale Mondiale, continuando la sua attività fino al suo ultimo giorno di vita, il 3 novembre del 1957. A rendergli l’ultimo saluto ci sono oltre tre milioni di persone, giunte a Roma da tutto il paese.

Giuseppe Di Vittorio ha saputo rappresentare un’epoca e degli ideali importantissimi; tuttavia ha anche saputo distinguersi per essere un uomo dalla personalità volitiva ed insofferente ad ogni imposizione, di qualsiasi natura essa fosse e da chiunque venisse. Egli era, e rimase per sempre, un uomo del Sud, un contadino fra i contadini, legato, per sempre, alla sua terra di origine.

(Le immagini sono proprietà dell’autore)

Io sono Mia, un omaggio dovuto a Mia Martini

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Questa sera la RAI trasmette la fiction “Io sono Mia”, che racconta, in chiave filmica, la vita della cantante calabrese Mia Martini.

Diciamo pure che questa scelta è un omaggio dovuto ad una grande, immensa artista ed interprete, che nella sua esistenza, a motivo di invidie e gelosie, ha dovuto subire molti attacchi e critiche inaccettabili-

La sua biografia vorrei dirla in poche righe essenziali, poiché conta molto di più ciò che era umanamente.

Mia Martini, all’anagrafe Domenica Bertè, nasce il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra.

Domenica Bertè esordisce negli anni sessanta con lo pseudonimo di Mimì Bertè, ma in ogni caso il primo successo per lei arriva negli anni ’70, con il nome d’arte di Mia Martini, interpretando Padre Davvero e Gesù è mio fratello. La scelta di Mia Martini si spiega col fatto che i suoi produttori avrebbero voluto proporla sul mercato internazionale con un nome che richiamasse inequivocabilmente il suo paese all’estero: il Martini, appunto, è il drink più noto nel mondo, mentre Mia è il nome dell’attrice Mia Farrow,  amatissima dalla cantante.

Nel 1972 Mia Martini vince il Festivalbar con Piccolo uomo e l’anno successivo con Minuetto, il cui testo è di Franco Califano, e nel 1975, con Donna sola.

Nel 1977 rappresenta il suo paese a Wembley (Londra), all’Eurovision Song Contest con la canzone Libera, che registra in italiano, francese, inglese e spagnolo. Più tardi, nel 1982, vince il primo premio della critica al Festival di Sanremo con E non Finisce mica il cielo, scritta da Ivano Fossati.

Gli anni ’80 segnano uno dei periodi più difficili della carriera di Mia Martini. La sua casa editrice, la DDD, dopo aver rilasciato l’album Mimi, nel 1981, e Quante Volte ho contato le stelle, nel 1982, tenta di far partecipare la cantante al Festival di Sanremo con un testo di Paolo Conte, Spaccami Il Cuore, che però non è accettato alle selezioni diventando un singolo (“Spaccami il cuore” e “Lucy“), in edizione limitata.

Mia Martini matura il progetto di ritirarsi dalle scene, ma nasce l’idea di organizzare un concerto. Le canzoni di questo repertorio vengono registrate in studio e il video diviene l’album Miei Compagni di viaggio, e comprendono le covers di alcuni brani di autori amati da Mia Martini: Leonard Cohen, John Lennon, Jimi Hendrix, Joni Mitchell, Randy Newman, Kate Bush, Luigi Tenco, Fabrizio de André, Francesco de Gregori, Chico Buarque de Hollanda, Vinicius de Moraes, Joan Manuel Serrat. Il concerto si conclude con il significativo Ed ora dico sul serio di Chico Buarque di Hollanda.

Molti sono gli amici che, in questa occasione come in altre, la omaggiano, partecipando come coristi nei suoi concerti: Claudio Pascoli, Maurizio Preti, Carlo Siliotto, Shel Shapiro, Giulio Capiozzo, sua sorella Loredana Bertè, Ivano Fossati, Cristiano De André, Guido Harari, Ezio Rosa, Aida Cooper, Riccardo Zappa, Antonio Panarello, Gilberto Martellieri, Franco Cesaretto, Mimi Gates, Ralf Gewald, Mark Harris, Piero Mannucci, Peter Brandt, Giorgio Cocilovo e Jurgen Kramer.

Torna, dopo un periodo di assenza, a cantare nel 1989, con Almeno tu nell’universo, brano scritto da Bruno Lauzi, con il quale vince di nuovo il premio della critica; riprende la sua carriera con altri album e partecipando al Festival di Sanremo con La nevicata del 56 scritta da Franco Califano, nel 1990.

Nel 1992 è seconda al Festival di Sanremo con Gli uomini non cambiano, di Giancarlo Bigazzi. Lo stesso anno partecipa nuovamente all’Eurovision Song Contest con Rapsodia, classificandosi al quarto posto su ventitré partecipanti.

La sua ultima partecipazione al Festival di Sanremo risale al 1993, in duetto con la sorella Loredana Bertè. La sua canzone E la vita racconta non viene selezionata per l’anno successivo. Tra le sue ultime canzoni, Viva l’amore, di Mimmo Cavallo, e Tutto sbagliato baby.

Il 12 maggio 1995 un fatale attacco di cuore priva per sempre il mondo di Mia Martini, una grande cantante, una grande interprete.

Da allora il premio della critica del Festival di Sanremo prende il suo nome, in onore della tre volte vincitrice di questo premio.

Ho già accennato al fatto che Mia Martini nella sua vita ha conosciuto più dolori che gioie: la sua infanzia con un padre severo ed autoritario che la soffoca psicologicamente, ed a cui poi dedica il brano Padre davvero, fino ad una gioventù caratterizzata da un difficile rapporto col mondo esterno, dalla sua estrema sensibilità, che poi ha trasposto nel modo in cui ha interpretato le sue canzoni.

Mia Martini era brava, troppo brava per il mondo pieno di approssimazione e finti meriti della canzone; per questo motivo si fece di tutto per metterla in cattiva luce, per discriminarla, per escluderla dal circuito canoro: vi erano troppi incapaci che Mia Martini rendeva invisibili con la sua bravura e che non la mandavano giù.

Proprio poco tempo fa Mimmo Cavallo, suo grande amico ed autore di molte sue canzoni, raccontò di uno sgradevole episodio nel quale una di queste false stelle di un falso firmamento di falsi cantanti reagì in maniera cattiva e inspiegabile al solo sentir nominare il nome di Mia Martini: questo “personaggio” è Patty Pravo, ossia Nicoletta Strambelli, che è arrivata ad essere ciò che è stata (e che non è più, perché ormai tramontata) solo con abili strategie discografiche.

A Mia Martini Francesco De Gregori dedica lo struggente brano La donna cannone, e poi anche Mimì sarà; per lei e per Roberto Murolo Enzo Gragnaniello scrive Cu ‘mme, una melodia napoletana che entra, con diritto, nella storia della musica partenopea.

Di Mia Martini ricorderò sempre l’anima che ci metteva nell’interpretare i suoi brani, dando tutta se stessa, laddove traspariva tutto il suo vissuto tormentato, la sua tristezza profonda, la sua rabbia.

Per tutti i suoi amici veri, da Renato Zero a Mimmo Cavallo, ella resterà sempre Mimì, la dolce, grande, indimenticabile Mimì, che ci regala ancora momenti stupendi ogni volta che la riascoltiamo cantare.

Il 26 novembre un grande meeting a Taranto: si può parlare ancora con speranza di ambiente e futuro?

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Il 26 novembre scorso, presso le sale della Provincia di Taranto, ha avuto luogo un evento intitolato “Taranto Anno zero: Salute, Ambiente, Lavoro”, ideato ed organizzato da una persona ammirevole, Prisco Piscitelli, in stretta collaborazione e con l’ausilio indispensabile della Regione Puglia e dei suoi rappresentanti in Europa. Questa voleva essere, ed è stata, una occasione per fare il punto sulla situazione critica e piena di domande che si pongono su di una città, Taranto, che ha attraversato un periodo difficile dal quale, purtroppo, non sembra essere uscita.

Gli obiettivi dell’incontro erano ammirevoli: creare delle sinergie fra gli esponenti dei vari enti che erano stati interpellati e i gruppi degli attivisti locali, esaminando nuove proposte ed attraverso targets condivisi.

La giornata si è divisa in tre tappe: una al mattino, dedicata agli studenti delle scuole superiori, una pomeridiana, dedicata a rappresentanti degli ordini professionali e ad enti importanti della realtà locale, ed una serale dedicata alle associazioni di attivisti.

Le tematiche emerse, in accordo con le previsioni, non si sono mostrate visibilmente dissimili da quelle emerse nel corso di altre occasioni: non si parla più di chiusura degli impianti siderurgici di Taranto, bensì di adeguamento a standard più sicuri ed accettati a livello internazionale, per salvaguardare ambiente e lavoro. Per questo motivo i vari interventi che si sono susseguiti non hanno offerto realmente nuovi spunti per il cambiamento radicale che quelli come me ancora auspicano; tuttavia l’atmosfera generale era carica di buone vibrazioni e positività davanti alle quali gli approcci negativi sembravano soccombere: questo credo fosse dovuto all’entusiasmo e alla vitalità di Prisco Piscitelli.

Fra gli interventi tenuti al mattino degni di nota quello, molto atteso, della Dottoressa Barbara Valenzano, responsabile per le politiche ambientali della Regione Puglia: l’ingegner Valenzano ha mostrato delle diapositive molto significative che mostravano gli impianti della acciaieria di Taranto in attività e come questi inficiassero l’aria e l’ambiente con le loro emissioni tossiche. Ha poi illustrato, con professionalità e chiaramente, le valide alternative esistenti e possibili.

Insieme con la Dottoressa Valenzano un altro discorso mi ha molto interessato, ossia quello tenuto dal Professor Felice Esposito Corcione, il quale ha presentato legittime opzioni alla produzione fondata sul carbonio, usando un linguaggio semplice ed accessibile ai ragazzi, senza dilungarsi.

Il Presidente Michele Emiliano ha chiuso gli interventi destinati agli istituti superiori: chi si aspettava l’Emiliano combattivo e schietto, la persona che non conosce mezze misure nell’enunciare le sue idee, non è certo rimasto deluso: ha confortato tutti sentire come non abbia perso il suo smalto e quanto le sue intenzioni siano quelle di fare, in un modo o nell’altro, qualcosa per Taranto. Non ha risparmiato critiche al Partito Democratico che, in un suo recente comunicato, ha stigmatizzato aspramente l’ambientalismo jonico definendolo “terrorismo ecologico”: per questo il Presidente ha ripetuto più volte il concetto, condivisibilissimo, della battaglia trasversale, senza colori di partito. Tuttavia anche il Presidente non ha potuto esimersi dal sottolineare che la parabola dell’ambientalismo puro ed iniziale che voleva la chiusura non può al momento, avere ulteriori spiragli. Giusto ciò che dice, Presidente: ma è proprio certo che non sia rimasto più nessuno a volere la chiusura totale della fabbrica? Magari sono solo persone, come me, che non hanno voce in capitolo…

Nel pomeriggio ha attratto la mia attenzione ed ammirazione profonda Il presidente dell’ordine degli ingegneri della provincia, Dottor Giovanni Patronelli, il quale ha illustrato il pensiero del suo ordine: un pensiero che è per il progresso, per le nuove proposte che diano una svolta positiva al destino della città, al di là delle bandiere e dei tronfi gonfaloni politici. Condivido appieno.

Il giudice Mario Fiorella ha esposto, con chiarezza e semplicità, i risvolti legati alla produzione del siderurgico rispetto alla magistratura del lavoro: è, in effetti, quello che si è sempre detto parlando della “occupazione” che si pone sempre davanti alla sicurezza ed alla dignità di chi opera e dei cittadini tutti: ognuno ha diritto ad essere tutelato allorquando si pone la criticità oggettiva di una fabbrica che non garantisce salute e sicurezza.

Gli interventi serali sono stati aperti egregiamente da Don Antonio Panico, in rappresentanza della LUMSA: Don Antonio ha proposto, fra gli altri argomenti, quello, importante, della ecologia integrale, del contributo fondamentale della Dottrina sociale della Chiesa e della Laudato Sii. Bisogna, ha detto Don Antonio, recuperare i giovani a queste tematiche ed interessarli.

Sono stati ricordati anche gli assenti che non hanno potuto esserci per gravi motivi, come Fabio Matacchiera, uno dei nomi più importanti dell’ambientalismo a Taranto.

Il prof. Alessandro Marescotti di Peacelink ha parlato di “citizen science” (cittadinanza scientifica) citando un fatto importante e grave: l’elevato tasso di mortalità a Taranto. Il Professor Marescotti ha dimostrato come nessuno al comune di Taranto, nelle giunte presenti e passate, si è mai curato di questi dati; di conseguenza ha lanciato l’idea della costituzione di una biobanca.

In sostanza nessuno, per i motivi suddetti, ha parlato di chiusura definitiva, se non per dire che non se ne sarebbe parlato ancora; nessuno ha ricordato – come già ebbe, giustamente, a fare in un evento precedente la dottoressa Valenzano – che Taranto ha perso una occasione irripetibile non dando nessun peso al referendum sulla chiusura del siderurgico, che è stata una sconfitta per tutti. Nessuno ha detto che la svolta dell’INTERO PAESE, e non solo locale, per tutti i suoi problemi, è una svolta ecologica – come sempre ricorda il mio amico e studioso Ernesto Rossi – che è una svolta, purtroppo, impossibile.

Auspico altri incontri come questo, sempre dedicati allo stesso tema e con lo stesso spirito. Disgraziatamente poco si può fare con i componenti di alcune associazioni ambientaliste locali che sono venute fuori da poco tempo e che non sono “storiche”, come Peacelink ed il Fondo Antidiossina: i nuovi arrivati si sono distinti, invece, per la smania di protagonismo o l’aggressività, e non sono certo qualità rimarchevoli.

Qualcosa si può fare, invece, per gli ospiti che hanno preso la parola, raccomandando loro meno verbosità ed un linguaggio più accessibile, specie per i giovani; ed ancora li vorrei tutti come minimo Meridionali, se non proprio pugliesi, in quanto più consci della realtà che viviamo e più vicini a noi come spirito e carattere.

Grazie Prisco: sei stato unico, per la scelta fatta, e colmo di buoni propositi: speriamo di vederci di nuovo.

 

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Nella foto la Dottoressa Valenzano durante il suo intervento

“Le rane”, di Aristofane: un lavoro teatrale sempre attuale per la politica e la società

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Qualche sera fa ho avuto il piacere di gustare una messa in scena di una commedia del drammaturgo greco Aristofane: Le rane. Questa rappresentazione ebbe luogo per la prima volta ad Atene, nel 405 a. C. e da allora è stata portata molte volte negli anfiteatri e nei teatri di tutto il mondo. Questa, in particolare, aveva un valore aggiunto non indifferente, dal momento che era interpretata, nei due ruoli principali del dio Dioniso e di Xantia, suo servo, da due attori, autori e registi siciliani di vero talento: Salvatore Ficarra e Valentino Picone. Oltre alla presenza di due interpreti di riguardo c’era anche la convinzione, che nessuno mi toglierà mai, che solo greci, o loro diretti discendenti, possano ridare vita ad uno spettacolo ideato e scritto da un ellenico: ed il Meridione è Magna Grecia, lo sanno tutti, in particolar modo la Sicilia, che ne conserva ancora le antiche vestigia.

Le rane, nonostante sia passato molto tempo, risultano sempre attuali, a motivo delle tematiche trattate, ovvero la politica, la cultura, la società.

La trama proverò a riassumerla in breve.

Il dio Dioniso, accompagnato dal suo servitore, Xantia, decide di recarsi agli Inferi per resuscitare un illustre drammaturgo del passato: il motivo è che sulla terra si sente la mancanza di qualcuno che possa arginare la degenerazione inesorabile del teatro, e della tragedia in particolare, e per ridare vita e cultura alla repubblica ateniese. Fin da subito l’attenzione di Dioniso si concentra su Euripide, poiché Eschilo, suo concorrente, gli sembra meno adatto. Tuttavia, dopo varie peripezie sulla terra, tappa obbligata prima di recarsi nell’Ade, Dioniso si troverà, suo malgrado, a dover scegliere, necessariamente, fra i due: sarà una scelta difficile, perché entrambi hanno molti meriti. In ogni caso, alla fine, a sorpresa, la divinità sceglierà proprio Eschilo, in conseguenza della saggezza e della semplicità da questi dimostrata, a fronte della vuota retorica di Euripide. Le rane, citate nel titolo, sono quelle che intonano un coro, un canto dedicato proprio a Dioniso, durante la traversata che questi compie sulla barca di Caronte, attraversando lo Stige, il fiume del Regno dei morti.

Molti sono stati i dialoghi che risultano perfettamente sovrapponibili alla realtà odierna: la corruzione dei politici, il loro agire ondivago ed inaffidabile (“Vai e porta questo in dono a chi, ad Atene, cambia sempre partito”), la poca avvedutezza del popolo nel gestire il proprio voto e nella partecipazione alla cosa pubblica e lo svendersi degli intellettuali, e di chi dice di far cultura, al potente di turno. Tutto sembra essere rimasto immutato: stesse problematiche, stesse modalità di comportamento.

I Greci sono stati gli inventori della democrazia ma, dando corpo a questa idea, così bella, di governo dei cittadini, hanno dato corpo anche a tutti i mali che essa comporta; per questo occorre che, chi ha il potere di farlo, parli e riveli a chi non riesce a vedere, tutte le difficoltà, gli ostacoli ed anche le sofferenze che la democrazia può implicare, sfociando, in molti casi, anche nelle forme di governo ad essa opposte, come la dittatura e la oligarchia.

Questo è ciò che vuole dirci Aristofane: gli idealisti, e chi scrive, come i poeti e i drammaturghi, devono impegnarsi con ciò che fanno per rendere più vivibile la società, altrimenti il loro ruolo è inutile.

 

Un posto nel mio cuore per Peppe Servillo

peppeservillo

Sono alla stazione di Roma Fiumicino quando incrocio un volto noto: è quello di Peppe Servillo, il musicista, attore e solista degli Avion Travel. So che è una cosa da evitare, ma non posso fare a meno di fermarlo e stringergli la mano: è un professionista come ce ne sono pochi, un ragazzo del Sud che ha saputo farsi strada solo col suo talento. E poi è il fratello del mio attore preferito, Toni Servillo. Cerco di essere il più succinto possibile, ma Peppe Servillo mi sorride, con pazienza, tutto il tempo: spero che mi perdonerà per la mia invadenza, ma si è guadagnato anche un posto nel mio cuore per la sua umanità.

Peppe Servillo nasce il 15 ottobre 1960. Il suo paese di origine è Arquata Scrivia, tuttavia trascorre l’infanzia e la giovinezza a Caserta insieme con sui fratello maggiore, Toni, al quale lo legherà sempre una comunione di intenti, artistici e musicali.

Così come suo fratello Toni si sente attratto dal teatro e comincia a lavorare sulle tavole del palcoscenico senza una scuola alle spalle, così è per Peppe, che avverte un amore spontaneo per la musica e ci si avvicina imparando da solo.

Nel 1980 Peppe ed altri musicisti costituiscono una band caratterizzata da un genere rock moderno: è la “Piccola Orchestra Avion Travel” (il nome deriva da quello di una agenzia di viaggi di Caserta) e da quel momento cominciano a farsi conoscere al pubblico, suonando in molte piazze. Peppe è il cantante solista del gruppo, del quale, da quel momento, diviene il leader.

Dopo una lunga gavetta arriva il momento più importante per la Piccola Orchestra Avion Travel sul palcoscenico di Sanremo Rock, nel 1987, dove presentano il brano Sorpassando, con il quale vincono la prestigiosa competizione.

Nel 1998 pubblicano l’LP Perdo Tempo e nel 1989 incidono la colonna sonora, che darà il titolo al disco, del film di Lina Wertmuller In una notte di chiaro di luna.

Nel 1990 la Piccola Orchestra, ormai nota anche solo come Avion Travel, pubblica il disco Bellosguardo, che sarà una svolta importante nel loro stile musicale.

Risale a questo periodo l’incontro con Lilli Greco, collaboratore artistico di molti autori e musicisti noti, che rappresenta un cambiamento fondamentale nella loro ricerca musicale: Peppe e il suo gruppo si cimentano, infatti, con altre forme di comunicazione, quali il cinema ed il teatro, anche, e soprattutto, grazie all’apporto prezioso di Toni, il fratello attore e regista, che gli è sempre stato vicino.

Nel 1993 gli Avion pubblicano il disco Opplà a cui segue, pochi anni dopo Finalmente fiori.

Due anni più tardi Peppe Servillo e gli altri musicisti del suo gruppo si misurano con un’altra prova importante: un’opera musicale in un atto intitolata La guerra vista dalla luna che, andata in scena per la prima volta al Teatro Parioli di Roma, tocca poi altre città europee per la durata di un anno. Incidono anche la colonna sonora del film Hotel Paura e subito dopo un disco dal vivo, intitolato, appunto, Vivo di canzoni.

Nel 1998 Peppe Servillo e gli Avion Travel sono ancora a Sanremo con la canzone Dormi e sogna, che vince il Premio della critica e della giuria di qualità.

In collaborazione col Maestro Peppe Vessicchio, Servillo compone anche una canzone per Andrea Bocelli, Sogno, mentre l’anno successivo il gruppo incide Cirano. Cirano è una incisione che vede la luce grazie all’apporto prezioso del produttore di fama mondiale Arto Lindsay, un manager musicale brillante che ha prestato il suo talento per grandi nomi internazionali dello spettacolo. Al rientro da una tour musicale europeo si dedicano al commento musicale del cortometraggio Tipota, che si avvale della scrittura, come sceneggiatore, dello stesso Peppe Servillo, che nel film compare anche come attore.

È il 2000 quando gli Avion Travel vincono, ancora una volta, a Sanremo col brano Sentimento: un motivo bellissimo che non solo si guadagna il primo posto, ma si aggiudica anche il favore della Giuria di Qualità.

Sempre alla ricerca di nuovi spunti e nuove idee Peppe e gli Avion Travel fanno le musiche per uno spettacolo di ombre, La notte di San Donnino, che compie un tour per tutto il paese, per poi dedicarsi al disco Storie d’amore, caratterizzato da rivisitazioni di brani degli anni 60, ma che ha, al suo interno, anche un pezzo nuovo: Non è successo niente.

Nel 2001 il gruppo di Peppe incide la raccolta dei loro brani più importanti, dal 1990 al 2000, e poi, nel 2003, Poco mossi gli altri bacini. Servillo è, quindi, attore in un film diretto da Mimmo Calopresti, La felicità non costa niente, mentre gli Avion Travel ne curano la colonna sonora.

In collaborazione con Javier Girotto e Natalio Mangalavite, Peppe Servillo esce, nel 2004, con l’album L’amico di Cordoba; contemporaneamente, con gli Avion Travel, si dedica ad un tributo a Virgilio Savona, uno dei due autori di punta, insieme con Tata Giacobetti, dell’indimenticabile Quartetto Cetra. La canzone che viene scelta dagli Avion è uno dei successi del Quartetto, Troppi affari, cavaliere! , che viene inserita nell’album Seguendo Virgilio – dentro e fuori il Quartetto Cetra.

Dopo questa esperienza ogni musicista degli Avion Travel pare volersi mettere alla prova singolarmente; anche Peppe lo fa, in maniera davvero egregia con il suggestivo tour Aires Tango.

Il 2007, per tutti gli Avion Travel, è l’anno del loro nuovo CD Danson metropoli, ma anche del film Lascia perdere, Johnny!, un film biografico che ripercorre gli esordi musicali di Fausto Mesolella, chitarrista del gruppo: fra gli interpreti del film ci sono anche Peppe Servillo col suo inseparabile fratello Toni.

Nella stagione 2007/2008 gli Avion Travel mettono in scena uno spettacolo che è un doveroso omaggio ad uno degli interpreti musicali più noti, a livello nazionale ed internazionale, nonché un autore che ha scritto melodie indimenticabili: Domenico Modugno. La rappresentazione ha il titolo significativo di Uomini in frac (rifacendosi alla nota canzone di Modugno L’uomo in frac) e ripropone, in chiave rivisitata da Peppe e dagli altri musicisti, un vasto repertorio del cantautore pugliese, celebrando, in tal senso, il cinquantesimo anniversario della canzone vincitrice del Festival di Sanremo 1958 Nel blu dipinto di blu.

Nel 2010 gli Avion Travel si aggiudicano la Targa Tenco per gli interpreti grazie ad un album inciso l’anno precedente, L’amico magico, dedicato alle musiche scritte per i film da Nino Rota.

Il 2014 è un anno che segna un momento importante per Peppe e tutta la sua band: essi si ritrovano insieme per l’evento denominato ReTour, una tournee che li vedrà toccare molte città e che è caratterizzata dalla ricomposizione della formazione “storica” degli Avion: oltre a Peppe Servillo ci sono, infatti, Fausto Mesolella, Mario Tronco, Mimì Ciaramella, Ferruccio Spinetti e Peppe D’Argenzio. Il gruppo casertano ripropone i suoi brani più celebri, quelli che li hanno resi noti e fatto amare dal grande pubblico.

Nel 2013 i Manetti Bros, una coppia di registi romani, si cimenta col mondo e la cultura partenopea girando il film Song’e Napule: per questa prova essi convocano, fra gli attori, anche Peppe Servillo, che sa distinguersi nella sua interpretazione.

Il 2014 vede una occasione unica e straordinaria, nel mondo del Teatro: i due fratelli, Toni e Peppe Servillo, sono in scena per rappresentare uno dei lavori teatrali più noti di Eduardo: “Le voci di dentro”. Toni, nato solo un anno prima di Peppe, ricopre il ruolo che aveva sempre Eduardo, quello di Alberto, mentre Peppe ha quello del fratello, Carlo. Toni e Peppe portano questo lavoro in tour, sia a livello nazionale che all’estero, ed incassano un successo che è commisurato alla eccezionalità di questo evento.

Il regista Andrea D’Ambrosio, per realizzare una storia su di un Sud disincantato e malinconico, nel 2015, sceglie, insieme con altri protagonisti, anche Peppe Servillo: il film è Due euro l’ora, ed è un prodotto cinematografico che si guadagna molti riconoscimenti.

E ancora Edoardo De Angelis si avvale, nel 2016, della recitazione di Peppe Servillo per il suo film Indivisibili che riscuote grande successo di pubblico e di critica.

Peppe Servillo, nel 2018, è nuovamente sul palcoscenico dell’Ariston, a Sanremo, insieme con il suo amico e grande musicista partenopeo Enzo Avitabile, dove presentano la bellissima canzone Il coraggio di ogni giorno.

Grazie Peppe. E scusami ancora.

 

Michele Liguori: morire per fare il proprio dovere, nella “terra dei fuochi”

MICHELE LIGUORI

Era un tenente del corpo di vigili urbani di Acerra, in Campania. La Campania, che è sempre stata conosciuta per le sue bellezze, per il suo verde, per i suoi frutti e che negli ultimi tempi, per colpa della camorra e dell’accumulo illegale dei rifiuti tossici, è ora nota anche come “La terra dei fuochi”: un nome che è inaccettabile, ma che è stato coniato a causa dei roghi che vengono accesi per bruciare i cumuli illegali di immondizia che vengono accatastati da gente senza scrupoli.

Il vigile si chiamava Michele Liguori, classe 1955, ed era stato assegnato proprio al pool ambientale: ciò nonostante questo pool ambientale contava una sola persona in forza, ed era lui stesso.

Nonostante questo Michele non si perse d’animo: anzi, si mise di impegno a condurre le indagini, a stanare ogni sito sospetto, ogni traccia di fumo e di scorie depositate illecitamente.

Il suo lavoro non aveva orari: giorno e notte Michele era ad investigare sul territorio, letteralmente scavando a mani nude in quella spazzatura biologica, affondando i piedi nei liquami velenosi, respirando i miasmi venefici di quelle sostanze mortali.

Ed il suo lavoro otteneva frutti: le discariche abusive venivano scoperte, si risaliva ai nomi dei mandanti di quello scempio e si vedevano i risultati concreti di tanto lavoro massacrante che stava togliendo la salute e la vita a Michele.

Ma non sempre gli uomini onesti ricevono il premio per le loro azioni virtuose: Michele dava fastidio. Troppo fastidio.

Dapprima con le allusioni, poi con le minacce vere e proprie si tentò di distoglierlo da ciò che faceva: inutilmente, perché Michele procedeva a testa bassa, imperterrito; infine il tenente dei vigili urbani Michele Liguori fu trasferito di ufficio, messo a smistare scartoffie in un posto dove non avrebbe nuociuto a nessuno.

Se qualcuno poteva pensare che quel quotidiano contatto con dei materiali fortemente letali non dovesse avere conseguenze sul fisico di Michele si sbagliava: nel suo corpo, già da tempo, si erano sviluppati due tumori. Tumori ed altre malattie del sangue che hanno sempre afflitto tutta la gente che viveva in quei luoghi e che hanno causato, da tempo, tante perdite di vite umane: Michele si era battuto per loro, per salvarli tutti.

Anche dal suo letto di dolore e di sofferenza, negli ultimi istanti di vita, Michele continuava la sua battaglia, rivendicava con orgoglio ogni cosa che aveva fatto, tutto il suo operato. Egli muore il 19 gennaio 2014, proprio il giorno della vigilia di San Sebastiano martire, patrono della polizia locale.

I colpevoli di quei crimini sono stati arrestati, processati e condannati: a Michele viene intitolato il comando della polizia municipale di Nola.

Purtroppo è di pochi giorni fa la notizia che è giunta su tutti coloro che lo hanno seguito come una doccia fredda: nonostante l’INAIL, a suo tempo, gli avesse riconosciuto la malattia professionale il Ministero dell’Interno, dipartimento della pubblica sicurezza, ha NEGATO questo riconoscimento. Queste sono state le sue parole: “La malattia non può riconoscersi dipendente dai fatti di servizio, in quanto, nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica. Pertanto è da escludere ogni nesso di causalità e o di con causalità non sussistendo, altresì nel caso di specie, precedenti infermità o lesioni imputabili al servizio che col tempo possano essere evolute in senso metaplastico”.

Sono in molti, adesso, a dire che Michele Liguori è stato ucciso due volte: la prima dal male provocato dal suo dovere, che per lui era divenuto una missione; la seconda da questo comunicato del Ministero dell’Interno.

 

A questo post è legata una raccolta di firme: aiutateci a ridare onore e dignità a Michele Liguori: firmiamo questa petizione da sottoporre al Ministero dell’Interno ed a chiunque sia disposto a darci una mano.

https://secure.avaaz.org/it/petition/Ministero_dellInterno_Ridiamo_dignita_alla_memoria_di_Michele_Liguori/?wchLJhb&utm_source=sharetools&utm_medium=twitter&utm_campaign=petition-496905-Ministero_dellInterno_Ridiamo_dignita_alla_memoria_di_Michele_Liguori&utm_term=chLJhb%2Bit

Firmiamo per MICHELE LIGUORI, persona meravigliosa e coraggiosa, che ha dato tutto se stesso ad una causa giusta e che per farlo ha perso la vita.

Renata Fonte e il valore della lealtà

FONTE

Vi sono persone che amano così tanto la propria terra da dedicare ad essa tutta la propria esistenza e, quando questo amore coincide anche con la fede nella legalità, si può essere certi che questa devozione può portare anche a rinunciare a tutto, anche alla propria vita.

È questa la storia di Renata Fonte, una donna del Sud, una combattente nata che non si è fermata davanti a nulla.

Renata Fonte nasce a Nardò, un centro in provincia di Lecce, il 10 marzo 1951.

Da piccola si sposta per breve tempo a Chieti al seguito del padre, funzionario del Ministero della Difesa.

Frequenta il Liceo Classico a Nardò ma non si diploma perché interrompe gli studi a 17 anni per sposare un ventiduenne sottufficiale dell’Aeronautica Militare, Attilio Matrangola.

L’anno successivo nasce la prima figlia, Sabrina. Pur avendo un domicilio fisso presso la famiglia del marito, Renata si sposta dovunque vada il marito per il suo lavoro nell’aviazione civile.

Nel giugno del 1973 nasce la seconda ed ultima figlia, Viviana. Trasferitisi, sempre per il lavoro di Attilio, in Sicilia, in provincia di Catania, Renata consegue il Diploma di Maturità Magistrale vincendo, poi, il Concorso a cattedra per quel titolo.

Nel 1980 il marito va a lavorare all’Aeroporto di Brindisi e Renata torna, dopo tanto tempo, nella sua amata terra. Insegna alle Scuole Elementari a Nardò e studia Lingue presso l’Università di Lecce. Inizia il suo percorso nella politica, nelle file del Partito Repubblicano: dapprima diviene Segretario cittadino, poi si iscrive all’U.D.I. e in seguito gestisce il Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio, opponendosi alle lottizzazioni che implicano costruzioni su di un’area protetta.

Renata si candida alle elezioni amministrative e le vince, assumendo la carica di Consigliere ed Assessore a Nardò. Ricopre, poi, l’incarico di Assessore alle Finanze ed alla Pubblica Istruzione, Cultura, Sport e Spettacolo, ed al direttivo provinciale del P.R.I.; è, poi, responsabile per la provincia del settore Cultura dei repubblicani. Renata si distingue per la sua tenacia e la sua voglia di opporsi ad ogni illecito.

L’assessore Fonte scopre, così, i reati ambientali e i primi segni di quel racket che sta per mettere radici nel Salento; per questo, nell’ambito della sua carica istituzionale, Renata si batte strenuamente per impedire la spartizione e la speculazione del territorio di Porto Selvaggio.

Questa sua presa di posizione però, come è facile capire, dà fastidio a molte, troppe persone: Renata Fonte è un pericolo per gli interessi malavitosi che gravano intorno all’area di Porto Selvaggio.

Nel 1984, nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile, rientrando a casa al termine di una riunione del Consiglio, Renata Fonte viene uccisa con tre colpi di pistola, esplosi da due sicari mandati dalla criminalità organizzata. Gli autori materiali del delitto vengono subito arrestati; con loro viene imprigionato anche chi quella morte l’ha ordinata, ossia il candidato in coda per il seggio alle elezioni comunali, che avrebbe fatto gli interessi degli speculatori. Tuttavia è probabile che non fosse il solo mandante.

Ben tre libri sono stati scritti sulla vicenda di Renata Fonte: “La posta in gioco” di Carlo Bollino, “Il caso Fonte” di Lino De Matteis e “L’innocenza che insegna” di autori vari.

Oltre questi vi sono stati capitoli dedicati a lei in altri testi e anche alcuni lavori teatrali importanti.

Nel 1987, basandosi proprio sul libro di Bollino “La posta in gioco”, Giuseppe Ferrara realizza la sceneggiatura di un film con lo stesso titolo: il film viene diretto da Sergio Nasca ed interpretato da Lina Sastri nel ruolo di Renata Fonte.

Nel Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e nella Palude del Capitano vi è una targa con una dedica all’assessore Fonte, a cui tutti attribuiscono una indiscussa difesa della integrità di Porto Selvaggio.

Le due figlie di Renata, Sabrina e Viviana, hanno entrambe seguito le orme della madre e si occupano di diffondere testimonianze e messaggi di legalità, sia in ambito nazionale che nel mondo.

La vicenda di Renata Fonte può essere certo esemplare, ma non deve essere vista solo come un caso eccezionale: l’attaccamento alla giustizia, all’onestà, deve essere un fatto che rientra nella norma, mai una rarità.

Perché queste attitudini morali si coltivano, si alimentano, e non si sottovalutano mai.